«Il muro della giunta rossa ci ha portato lo spaccio in casa»

Gli abitanti: «Ai trafficanti basta una scala per scavalcare ed entrare nei nostri giardini. Dobbiamo difenderci da soli con reticolati e faretti»

Gabriele Villa

nostro inviato a Padova

Se fosse un incubo si potrebbe invocare la caduta dal cielo di un enorme apriscatole per ritagliare un varco. Invece no. Non è un incubo. E non serve nemmeno l’apriscatole, per guadagnare la fuga, per superare l’ultima trovata di Padova, il muro di via Anelli. Basta una scala, o meglio un’inferriata, divelta secondo copione e adattata a scala, per scavalcare agevolmente quel serpentone di lamiera, spesso quattro millimetri, lungo sessantacinque metri e alto tre, che l’amministrazione rossovergogna del sindaco Zanonato ha eretto per arginare o forse, per non vedere, ciò che accade dentro il Bronx della città del Santo.
Curiosa evoluzione di un complesso di case cui vent’anni fa venne dato il seducente nome di «Serenissima», sei palazzine verdi a ridosso del quartiere universitario, a due passi dal centro storico, dove - ricorda un ispettore di polizia - si entrava in punta di piedi, per non disturbare. Studenti, insegnanti, professionisti. Gente rispettabilissima che incuteva una certa soggezione. Anche oggi si entra in punta di piedi. Ma per non pestare le siringhe, i cucchiaini, le stagnole che sono gli utensili di lavoro dei nuovi «professionisti», titolari degli appartamenti della «Serenissima».
Anche oggi entrare qui incute una certa soggezione. Il comitato di accoglienza è composto da una trentina di persone che si accalcano attorno a un tavolo da ping-pong smozzicato. Urlano qualcosa di incomprensibile, ma comprensibilissimo, verso di noi. Poco lontano due donne nigeriane rifanno l’acconciatura di una bimba che avrà sì e no 4 anni. Dietro di loro un uomo, con lo sguardo perso che recita una sorta di litania. Ti guardano mille occhi e tu non riesci nemmeno a incrociare lo sguardo di uno di questi padroni della droga che ci mettono un attimo a estrarre asce e coltelli per intimorire chi li va a seccare. L’ultima prova di forza l’altra notte: sassi e bottiglie contro un bar della zona. Giusto per stare in allenamento.
Così, scortati dagli uomini della dottoressa Michela Bocchicchio, responsabile del commissariato zona Stanga, ci incamminiamo dentro uno dei peggiori gironi danteschi che la nostra professione ci ha offerto di visitare in tanti anni. A destra la palazzina dei nigeriani, a sinistra quella dei maghrebini. I nigeriani controllano la cocaina, i maghrebini il «fumo». Ma si può trovare di tutto - assicura uno degli agenti - perché qui, confusi fra tanta gente coi documenti in regola, si nascondono i produttori che confezionano ogni tipo di stupefacente e poi escono a rifornire tutto il Nord-est.
Quanta gente vive qui? Chiedo a uno dei miei accompagnatori in divisa. «Un migliaio, forse più. Impossibile dirlo. Il problema è che abbiamo la lista dei residenti ma non quella dei domiciliati e in questi appartamenti di trenta metri quadrati dormono anche dieci-quindici persone. Abbiamo trovato anche alcuni clandestini, sbarcati pochi giorni fa a Lampedusa». Ma i blitz, le perquisizioni? «Ne abbiamo fatti 23 di blitz in questi anni - è la risposta -. Troviamo i laboratori della droga, arrestiamo i produttori, ma nel giro di una settimana la popolazione è di nuovo al completo e i laboratori hanno solo cambiato appartamento».
Nel sottoscala della prima palazzina l’aria diventa fetida, zaffate di odori irrespirabili come se si entrasse in un camion dell’immondizia. Saliamo le scale. Nel buio è difficile azzeccare i gradini sbrecciati. E quando riesci a indovinarli rischi di pestare gli utensili della droga che, giusto pochi istanti prima, qualcuno ha abbandonato. Ad ogni piano stesse scene: gente che dorme sugli stracci tra carcasse di biciclette rubate, lo sguardo perso. Musica assordante esce dalle abitazioni fatiscenti, arredate con decine di materassi e pagliericci. Qualche appartamento è stato murato dai proprietari, colpiti da tardivo pentimento, che hanno deciso di non speculare più sul subaffitto multiplo. Il Comune sta comprando a 10mila euro ciascuno un appartamento dopo l’altro, promettendo a chi se ne andrà un alloggio in case popolari.
Costretta a rimanere qui è invece la gente per bene che abita a ridosso del muro della vergogna. Come Graziella Trevisan, da nove anni in via De Besi 8. Una palazzina gialla divenuta la prima linea nella battaglia persa dall’amministrazione di sinistra contro gli spacciatori e i fabbricanti di droga. «Proprio bravi il sindaco Zanonato, e la sua assessora alla Migrazione. Li ospiterei volentieri una settimana a casa mia - sbotta la signora Trevisan - così si renderebbero conto di cosa succede veramente qui dopo le 6 di sera e per tutta la notte. Altro che il muro».
Il muro d’alluminio eretto dalla municipalità confina proprio con la recinzione della palazzina gialla in cui abitano la signora Trevisan e altre cinque famiglie. «È ridicolo - urlano dai balconi -. I trafficanti se ne fregano del muro, adesso per uscire a spacciare scavalcano la recinzione ed entrano nel nostro giardinetto». «Vede - illustra la signora Trevisan - siamo stati costretti ad alzare noi un reticolato. Ho dovuto mettere un faro sul terrazzino per illuminare a giorno questo pezzo di terra. Nessuno ci dà una mano. Vengano qui ad abitare il sindaco e la sua assessora». L’assessora, come la chiama la signora Trevisan, è laggiù. Daniela Ruffini, Rifondazione, telefonino incollato all’orecchio, gironzola nel Bronx con disinvoltura. Quando dalle finestre della «zona bene» qualcuno la riconosce volano insulti e minacce di passare alle vie di fatto. E c’è chi ricorda che il Comune aveva sistemato addirittura un ufficio nelle palazzine, o meglio l’aveva dato ai centri sociali, per assistere gli immigrati. Un altro flop clamoroso.
Esasperata anche la signora Bruna Tonello, via De Besi 11. «Abito qui da 24 anni. Prima era un’oasi felice, adesso la vita è impossibile e col muro ci risparmiano solo di vederli urinare di fronte a noi. Per il resto è peggio di prima: doveva vedere quando è scattato l’indulto. Sono passati a decine da qui. Zaino in spalla scavalcavano e via. Là dentro sembrava un ritrovo tra vecchi amici. E il mio cane, Starki, abbaiava. Abbaiava. Sembra che sia rimasto l’unico ad aver ancora voglia di ribellarsi a questo schifo».