Il Muro della paura

Marcello Foa

nostro inviato a Berlino

Cammini per Berlino, nei pressi di Charlottenburg, ma quasi non la riconosci: l'erba delle aiuole lungo i canali è alta, le strade sporche, le facciate di diversi edifici trascurate. Sembra di essere nell'ex Ddr. Ma sei nella parte occidentale della capitale, quella che un tempo era ricca. E quando viaggi attraverso il Paese, quello che potrebbe sembrare un paradosso isolato diventa lo specchio di una realtà deformata.
A est tutto è nuovo, luccicante, ultramoderno. La stazione di Lipsia è un gioiello architettonico, in cui costruzioni moderne si integrano in perfetta armonia con quelle d'epoca. È enorme, pulita ed efficientissima, eppure poco utilizzata, perché nella Sassonia gli investimenti industriali arrivano con il contagocce e proprio Lipsia ha perso, dalla riunificazione ad oggi, decine di migliaia di abitanti. Poi prendi il treno e quando entri in Baviera, ti accorgi che qualcosa sta cambiando. Nulla di drammatico, sia chiaro: questo è il land più ricco del Paese e l'atmosfera resta di moderno benessere. Eppure noti due, cinque, venti immobili che avrebbero bisogno di una mano di intonaco; strade con qualche buca di troppo e diverse automobili con troppi anni di servizio. Noti una sottile patina di incuria.
Anche la stazione di Norimberga, seconda città del più ricco Land del Paese, è grande e imponente, ma le piastrelle dei suoi lunghi sottopassaggi sono logore, andrebbero sostituite. La Germania di un tempo, così attenta nella preservazione del bene pubblico, avrebbe già provveduto. Ma la Germania di oggi dispone di pochi fondi pubblici, che peraltro continuano a diminuire. Non ci vuole molto per capire. Gli investimenti strutturali sono progressivamente diminuiti dove sarebbero stati produttivi (nell'ovest) e continuano ad affluire dove restano per lo più inutilizzati (nell'est). Risultato: un Paese disorientato.
Sorridono molto, i tedeschi. Sono di una cortesia deliziosa. Capaci, come sempre, di una correttezza e di una precisione estreme anche nelle piccole cose. Come il taxista che ti suggerisce di non salire a bordo, perché tanto l'albergo è lì voltato l'angolo e lo puoi raggiungere a piedi. O lo steward della Lufthansa che, quando il tuo aereo atterra in ritardo, appena in tempo per prendere la coincidenza, ti rassicura sull'imbarco della tua valigia, perché il bagaglio viene caricato a bordo fino a 18 minuti prima della partenza e il tuo volo è arrivato a meno 25 minuti, dunque con ben sette minuti di margine. Un'eternità.
Ma dietro a quei sorrisi percepisci una sfiducia, quasi una rassegnazione, che ai nostri occhi appare inusuale. I tedeschi non sono più - non si sentono più - i primi della classe. E quando dubitano riemerge «die angst», la paura. Lo dicono i sondaggi, lo confermano l'attitudine nella vita di ogni giorno. Nonostante i rincari dovuti all'euro la gente continua a risparmiare: fino all'11% del reddito disponibile. Eppure non è un buon segnale. Le famiglie limitano volontariamente le spese perché non sanno se in futuro avranno un impiego e ritengono prudente incrementare le scorte. Si cautelano. Ma questa solida saggezza, contadina e borghese, non fa che peggiorare la situazione: la gente non consuma, le aziende non vendono, dunque non assumono, mentre quei soldi restano a dormire sui libretti bancari al 2% lordo.
Lavoro, sempre lavoro. Un tempo era il vanto della Germania, oggi è la fonte di ogni angoscia. Chi ha un posto se lo tiene stretto, anche a costo di rinunciare a qualche rivendicazione sindacale o a un aumento di stipendio. E, tra i disoccupati (ma non solo tra di loro), c'è chi rimpiange il Muro. A est - ed è risaputo - dove diversi ultracinquantenni rievocano i «bei tempi» in cui «tutti lavoravano» e «si viveva assieme», dimenticandosi delle privazioni e delle oppressioni del regime comunista. Ma anche a ovest c'è chi ricorda, con inguaribile nostalgia, l'era in cui bastava inviare cinque curriculum vitae per venire assunti, mentre oggi bisogna spedirne ottocento o mille, spesso inutilmente. Era il 1989, solo 16 anni fa.
Voci minoritarie, senza dubbio; ma sintomatiche di un Paese improvvisamente insicuro e pessimista. I tedeschi sanno di dover cambiare e hanno già compiuto i primi passi in questa direzione con le riforme varate negli ultimi tre anni. Sanno, in cuor loro, che le soluzioni proposte dalla Cdu e dai liberali sono inevitabili. Ma istintivamente non vogliono rischiare oltre, non vogliono più soffrire. Hanno l'impressione di aver già pagato abbastanza per la riunificazione e per una globalizzazione recepita come una minaccia. E allora dubitano, oscillando tra le solide certezze della Merkel e il fascino retorico di Schröder.
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