La musa segreta che appassionò Eliot più della poesia

Le "Lettere" svelano i rapporti con le due mogli e una donna fatale (cui scrisse per 26 anni)

Più che un esercizio di chirurgia biografica, pare il gioco delle tre carte. O il ballo dei sette veli. Prima o poi scopriremo la Regina di Cuori, denuderemo la dèa. Come si sa, nel 1957, a 68 anni, deposta la virilità in cantina, già Nobel per la letteratura da un pezzo, Thomas S. Eliot, il più influente poeta del secolo scorso, impalma Esmé Valerie Fletcher, che ha 30 anni, quasi quaranta meno del divino. Eliot, ora, può morire in pace - in effetti, lo farà presto, otto anni dopo il matrimonio. Valerie, infatti, è una fan di Eliot fin da quando era scolaretta e fa di tutto per essere assunta alla Faber & Faber, dove il poeta lavora come direttore editoriale. Nel 1949, grazie agli auspici dello scrittore Charles Morgan, Valerie - che sarà l'erede del patrimonio letterario del grande poeta - diventa la segretaria di Eliot. Di lì all'altare il balzo è breve. Per Eliot è un toccasana, Valerie è una vera dama nella corte poetica del marito. La precedente esperienza matrimoniale di Eliot, in effetti, è stata un disastro.

Partiamo da una fotografia. Siamo nel 1932. Eliot guarda la camera con un sorriso nervoso. Di fianco a lui, seria, con un cappello a tesa larga, Virginia Woolf. Di lato, scostata, con lo sguardo basso, bassa, così simile a una bambina capricciosa, c'è Vivienne Haigh-Wood, la moglie di Eliot. «Oh, Vivienne! Da quando è iniziata la vita, non esiste tortura più grande! Bisogna sopportarla mentre ti morde la spalla, si aggrappa, si raggomitola, si gratta, ingiustificata, folle, ma con quella punta di ragionevolezza che è insita nella follia... Lei è la sacca di folletti che Tom si porta indosso...». Due anni prima, nel 1930, così la Woolf descrive Vivienne, nelle pagine del suo diario.

Vivienne incontra Eliot a Londra, nel 1914. Si incontrano di nuovo a Oxford. Vivienne è sufficientemente bella, smaliziata e apprezza l'arte. Quanto a Eliot, il poeta ha in testa due cose: restare in Inghilterra e perdere la verginità il prima possibile. Il 26 giugno del 1915 i due si sposano. Eliot scopre che la moglie soffre di schizofrenia paranoide. Ma ormai è tardi. Tre mesi dopo le nozze, Vivienne ha una relazione piuttosto hot con Bertrand Russell, coltivando così il bizzarro record di essersi portata a letto due Nobel per la letteratura. Il settimo volume delle Letters of T.S. Eliot, pubblicato ora da Faber & Faber (pagg. 960, £ 50), è un salto nel buio biografico dell'immenso poeta. Nel 1932 Eliot accetta un incarico dall'università di Harvard per fuggire dall'ansia vampira della moglie; nel 1933 perfeziona l'atto di separazione. Nel 1938 Vivienne viene spedita in manicomio. La donna morirà nel 1947: Eliot non divorzierà mai da lei, ma non la andrà mai a trovare nella casa di cura. «Ne sono convinta, vuole tornare da me & è in catene», scrive Vivienne in uno dei tanti documenti inediti pubblicati nel tomo.

Rapita dal delirio, Vivienne non accetta la separazione dal marito, si tramuta in stalker. Lo spia, lo segue sotto gli uffici della Faber, si scontra con la segretaria, «quel grosso bulldog irlandese». Quando gli avvocati di Eliot, nel 1934, si recano a casa di Vivienne per recuperare documenti e carte del poeta, lei sbotta: «se mio marito fosse davvero libero e sano di mente, perché avrebbe dovuto rivolgersi a degli ufficiali, per giunta pagandoli lautamente, per entrare nel mio appartamento e prendere quei vecchi documenti?». In un istante, si abbandona al sogno. «L'unica cosa che voglio, che voglio fino a sanguinare, è il giorno in cui Tom apre con calma la porta di casa, cammina serenamente & sorride, ha un bell'aspetto, fa un lungo respiro & va verso i suoi amati libri & a letto. A quel punto potrebbe dire, Dio benedica la mia piccola moglie gallese Vivienne. A quel punto, sicuramente, lo dirà». La storia tra Tom & Viv, tramutata in una brutta pellicola nel 1994 - con Willem Defoe nei panni di Thomas Eliot - è venata di tenebra, senza dubbio. Eppure, «Vivienne ha rovinato Tom come uomo, ma lo ha reso un poeta» (così la cognata di Eliot). Potrebbe essere vero. Il matrimonio con Vivienne, infatti, coincide con le grandi opere del poeta, The Waste Land, capolavoro miliare del 1922, ma anche Gerontion (1920), The Hallow Men (1925), Ash Wednesday (1930).

In questo consesso di muse, però, manca la figura più enigmatica. Forse la più importante. Nel 1913, a Harvard, «nel corso di un piccolo spettacolo privato in cui recita una parte nella riduzione di Emma di Jane Austen» (Roberto Sanesi), poco prima di partire per l'Europa, Eliot conosce Emily Hale, bostoniana di gran classe. È amore a prima vista. Emily è la donna angelica, la Beatrice di Eliot, la musa - così, almeno, per diversi studiosi - che ha ispirato l'astratta - e perfetta - costruzione dei Quattro quartetti. Di questa relazione sotterranea e platonica, però, sappiamo nulla. L'Himalaya di 1.131 lettere che Eliot ha spedito a Emily tra il 1930 e il 1956, con punte di bulimia epistolare (100 lettere nel 1932, 91 nel 1935, 78 nel 1939), sono custodite nei recessi della Princeton University Library. Saranno svelate, per desiderio di Emily, la donna fatale passata all'altro mondo nel 1969, nel gennaio del 2020. «La collezione è di incalcolabile importanza per gli studiosi di Eliot e per tutti quelli che si occupano della letteratura occidentale moderna», annuncia il sito specifico della Princeton, titillando le nostre voglie bibliomaniache. La danza dei sette veli, il lento spogliarello delle tre muse, a quel punto, sarà compiuto.