MUSE Nel seno dell’ispirazione

Erano figlie di Zeus e della Memoria. Ma anche amiche di Dante, Petrarca, Shakespeare. Un saggio di Etienne Gilson sulle donne fatali

«Musa». Parola un po’ deteriorata, usata spesso a sproposito (la musa di quel cantante, di quell’attore, di quel regista), ma non degradata. Nonostante la banalizzazione non ha perso la forza irradiante d’origine: le muse sono le divinità immaginate dai Greci per spiegare l’ordine perfetto e misterioso che conferisce a certe opere o certe conquiste conoscitive dell’uomo una bellezza più che umana. Sono le divinità che più plasmano l’ideale di vita e arte del mondo greco: figlie del dio Zeus, e di Mnemosine (la Memoria), furono portate da Apollo sul Monte Elicona, dove sotto la sua guida vivevano dedicandosi esclusivamente alla danza e al canto. Avvolte nelle nuvole, di notte a volte si udiva la loro bellissima voce: Clio, Talia, Calliope, e le altre sei sorelle, sono le ispiratrici di ogni forma di bellezza, di arte, di armonia: sono le dee dell’ispirazione che glorifica l’uomo attraverso le sue opere spirituali, intellettuali, artistiche.
La Divina Commedia è il poema di Beatrice, la Musa per antonomasia, ma anche il racconto di un sogno, e il viaggio in una visione: impossibile scindere la musa dalla realtà che ne rende possibile l’apparizione e l’azione. Beatrice, al secolo probabilmente Bice Portinari, esistette realmente, Dante la vide a nove anni e da quel momento ne rimase folgorato, per sempre. Perché la giovane agisse definitivamente e supremamente come musa fu sufficiente incontrarla, perché Dante potesse gioire del suo splendore, fu necessario che Beatrice morisse al mondo terreno, e raggiungesse il poeta in sogno. Solo nel sogno, fuori dal tempo cronologico del mondo, Dante poté congiungersi definitivamente, eternamente alla sua musa, prima di tornare al mondo dei mortali, per raccontarci la sua perigliosa e meravigliosa avventura, il viaggio supremo verso l’amore e lo splendore di Dio, di cui la Musa è indispensabile tramite emanazione.
L’invenzione del regista John Madden, o dello sceneggiatore Tom Stoppard, nel magnifico film Shakespeare in love, la creazione di una musa nel 1998, impersonata da una magica Gwyneth Paltrow, è una prova di come questa ispirante entità dal volto femminile sia necessaria, si avverta presente anche se innominata e invisibile, di fronte a un capolavoro. In questo caso la più grande storia d’amore di tutti i tempi, Romeo e Giulietta: l’autore immagina che solo l’incontro con una donna fatale poté consentire a Shakespeare l’invenzione di quel dramma supremo. Non si tratta di confondere la biografia di un autore con l’opera, che non è calco di eventi vissuti, ma di cercare il volto di quella graziante divinità che gli dettò l’ispirazione.
La scuola delle muse di Etienne Gilson (Medusa, pagg. 206, euro 21), è uno studio che non delude le aspettative. Gilson è autore di libri fondamentali sulla cultura medievale, e nella sua opera vasta e imponente spiccano anche uno studio su Dante e la Filosofia e una raccolta di saggi sul poeta e Beatrice. Proprio da Beatrice prende l’avvio questo saggio che, ben introdotto da Bianca Garavelli, si sofferma su alcune celebri muse: la non meno leggendaria Laura di Petrarca, la musa cercata in tanti volti e tanti corpi, trovata a frammenti, mai totalmente da Charles Baudelaire, Mathilde, l’ispiratrice di Wagner, in un repertorio centrato e illuminante che comprende anche esempi di muse noiose per autori noiosi, come la musa filosofica di Auguste Comte, l’amata Clotilde.
L’importanza di questo saggio, oltre alla ricognizione di casi esemplari, è la messa a fuoco di una questione centrale, focale della poesia e dell’arte, la realtà bruciante dell’ispirazione, che non può avvenire, manifestarsi in forma puramente astratta, essendo concreto il mondo da cui parte e a cui parla il poeta. Gilson individua una zona incorporea tra il mondo terreno e quello celeste, incorporea ma animata e animante, una sorta di troposfera dell’anima, quella a cui l’artista attinge, e che dal mito greco ad oggi, attraverso Platone, Dante, Baudelaire, Byron, ha sembianze femminili, voce e volto di donna. E se Laura è la musa perfetta, aggiungerei, lo è perché la sua vita di musa si svolse perfettamente, parallela e indifferente alla sua esistenza storica. Conosciamo da Petrarca la data dell’incontro, il luogo della folgorazione. Ma da quel momento la donna e l’ispiratrice percorrono vie separate. Beatrice no, non capiamo ancora adesso se fu più la musa o più la donna perduta, la sorella di Callicle o di Giulietta Capuleti, grondante lacrime e sangue. L’enigma che la fa viva ancor oggi, perché incompresa in ultimo, fu espresso meravigliosamente da Borges: «Infinitamente esistette Beatrice per Dante».