Musei da vivere

Le grandi città sono state concepite per essere vissute nel corso intero della notte. Colpisce, leggendo Balzac, scoprire come già nella Parigi di primo Ottocento la frenesia mondana di personaggi come Rastignac o de Rubempré toccasse il culmine in pranzi, spettacoli, incontri, scontri nelle ore più piccole e più buie. La grande città, al contrario del piccolo centro e della campagna, è attrezzata per la notte e la ama. Ma negli ultimi anni anche i più incalliti nottambuli (io mi colloco tra questi per semplici problemi di insonnia) hanno dovuto constatare come le nostre metropoli si siano chiuse a riccio, incattivite, imbruttite, e come il piacere delle lunghe passeggiate notturne si sia quasi estinto. A me, camminatore e teorico della gioia di andare a piedi, piace vedere l'infilata di grattacieli da Piazza della Repubblica verso via Vittor Pisani. Ma chi ragionevolmente passeggerebbe lì in certe ora notturne? Si è creato un popolo della notte (orribile espressione) che segue parole d'ordine modaiole, itinerari obbligati, frequentando e imponendo locali (altra espressione orribile, è vero), e lasciando morire il resto. Le notti bianche sono nate per questo: per impedire che le ore di buio diventino appannaggio di sbandati, malintenzionati, automobili perdute in stupidi caroselli, simil-calciatori & simil-veline in transito da una discoteca all'altra. Sono capitato nel mezzo di una notte bianca milanese, e mi ha dato grande allegria la ressa per le strade proprio perché animava il buio, lo rendeva familiare, ne esorcizzava i fantasmi. In Corso Vittorio Emanuele un complesso jazz suonava standard bellissimi, e io me ne stavo lì in piedi ad ascoltare in mezzo a giovani (...)