«Il museo del ’900 va male? Ecco come si può rilanciare»

Il lungo serpentone umano che da piazza Duomo si snodava ordinato sfidando le intemperie fino alla soglia del neonato Museo del Novecento era un’immagine solo di qualche mese fa, eppure sembra passato un secolo. Rispetto ai primi mesi dell’anno, quando la creatura di Italo Rota rappresentava la grande novità della Milano culturale e il biglietto era in promozione gratuita, il museo ha perso quasi 150mila visitatori, passando dai 144mila di gennaio agli 8.583 di agosto. Nonostante l’ottimo lavoro svolto dalla direttrice Marina Pugliese e aldilà delle (eccessive) schermaglie sui destini del «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo, è evidente che qualcosa non va. E l’argomento suona attuale in un momento in cui la mancanza di risorse rende etereo qualsiasi nuovo importante progetto - dal Mac alla Grande Brera - e urgente la valorizzazione delle risorse. Su quali siano le cause di questa crescente disaffezione dei milanesi verso l’ultimo prestigioso gioiello e quali potrebbero essere i rimedi abbiamo aperto un dibattito con alcuni tra i maggiori esperti italiani. Secondo Gabriella Belli, direttrice del museo Mart di Rovereto e prossima direttrice dei Musei Civici di Venezia, la questione è legata al mutamento del gusto del pubblico e della velocità di apprendimento che necessita un cambio di marcia da parte di molti musei italiani. «I milanesi meritavano questo museo perchè, con la sua straordinaria collezione, ne incarna l’identità storica e territoriale e, grazie alla rigorosa messa a fuoco del percorso museografico, si fa insostituibile strumento formativo. Ma c’è un ma. La mia esperienza personale, e anche quella dei musei internazionali dimostra chiaramente che la collezione di un museo non può mai essere statica ma va rinnovata ogni 6-8 mesi con rotazioni e focus adeguatamente comunicati al pubblico, che così ha la percezione di assistere a una mostra continuamente nuova. Un museo deve sempre avere due anime e neppure il Moma di New York mantiene ferma la collezione; il museo del ’900, fermo restando il suo nucleo centrale, ha una riserva di molte opere - e molte può averne da collezionisti e gallerie - per infinite riflessioni critiche sul ’900. Ma tutto questo so essere nelle intendimenti della brava direttrice. Infine, ritengo vada valorizzato il collegamento strutturale con Palazzo Reale, per far sì che mostre temporanee e museo vengano vissuti dal pubblico come un unicum».
Diversa la visuale di Davide Rampello, presidente della Fondazione Triennale. «La flessione di pubblico, rispetto alla curiosità iniziale, era inevitabile e i numeri attuali mi sembrano perfettamente omogenei al sistema museale di Milano che certo non brilla. Basti pensare che la Pinacoteca di Brera con i suoi capolavori, supera a stento i centomila visitatori annui. Il punto è che, a mio avviso, dalle nostre parti vige ancora una concezione ottocentesca dei musei e manca purtroppo quell’economia dell’accoglienza che nelle città europee fanno di questi luoghi delle chiese laiche in cui la gente si reca d’abitudine per cercare benessere. Penso ad esempio, volendo cercare una città omologa alla nostra, a Monaco di Baviera. La Sua Pinacoteca è un luogo che, aldilà della collezione, offre spazi di svago e di confronto e la domenica è un punto di ritrovo per molti giovani e molte famiglie. Alla Triennale ho cercato di dare questo afflato e i risultati ci hanno premiato».
Per la critica Angela Vettese, presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, il problema è strutturale: «Qui non si tratta di rilanciare un museo, ma di lanciarlo davvero, dandogli un programma di iniziative a basso costo, continuative, riconoscibili. A mio avviso l’Arengario sconta la cattiva politica culturale fatta a Milano per decenni, con mostre prepagate e fuori dai circuiti internazionali e con gli spazi di pregio come il Pac o Palazzo Reale orfani di una direzione culturale precisa. Mi auguro che il Museo del Novecento abbia la forza per proporre mostre importanti, anche se non necessariamente grandi. E finiamola di contare i visitatori, la cultura non si può seguire il criterio del numero di presenze, tanto varrebbe fare un luna park...».