Il museo che non c’è

Tra le dolenti insensatezze della gestione dei Beni culturali in mano a funzionari che agiscono senza rispettare regole e necessità reali, c’è l’incredibile vicenda dei finanziamenti per l’acquisto di opere di arte contemporanea per il museo che non c’è. Non c’è e ha un nome sinistro: Maxxi. E assorbe ogni anno cinque milioni di euro capricciosamente spesi senza regole da funzionari il cui gusto è sintonizzato su quello delle grandi centrali del mercato internazionale. Tutto questo avviene alle spalle del ministro Rocco Buttiglione la cui volontà politica e le cui indicazioni sono esattamente opposte. Egli è la prima vittima del suo ministero. Per quale ragione al mondo mentre la Domus Aurea viene chiusa per mancanza di fondi, mentre si perde l’occasione di acquistare opere fondamentali di Arturo Martini, alle quali il ministro guarda con impotenza, il museo che non c’è deve essere dotato di opere alla moda di un artista indiano come Anish Kapoor? Il ragionamento è semplice, questi artisti obbligatori da Andy Warhol a Damien Hirst si trovano a Londra e a New York nelle grandi gallerie di arte contemporanea che dispongono di fondi molto ricchi e con i quali è comunque perdente la competizione. Non c’è la necessità che l’Italia si adegui all’America, alla Germania o all’Inghilterra, scimmiottando miserabilmente il gusto e le scelte di altri. Ben più importante è tutelare la propria identità salvaguardando l’integrità di monumenti storici spesso lasciati in criminale abbandono. Come è concepibile ingannare il ministro e chiudere la Domus Aurea perché mancano cinque milioni di euro per tamponarne il crollo e contemporaneamente spendere un milione e mezzo di euro per tre carboncini di Gilbert & George, una coppia di artisti inglesi alla moda, di cui, al di là del giudizio estetico, non si sente la necessità per le collezioni di un museo di arte contemporanea in Italia. Nonché il capolavoro perduto di Martini non ci sono, in Italia, opere importanti del periodo metafisico di De Chirico, sono molto carenti le collezioni di Futurismo, così come di «valori plastici» e della stessa scuola romana.
Però inseguiamo Kapoor, Hirst, Gilbert & George e non ci faremo mancare un Cattelan, così come per qualche decina di migliaia di euro si sono comprate fotografie (fotografie) chiamate opere d’arte di Vanessa Beecroft. Ciò che lascia interdetti non è la modestia assoluta degli acquisti, la loro sostanziale inutilità, ma la assoluta mancanza di trasparenza rispetto ai valori di mercato. Chi ha stabilito che i tre carboncini debbano valere un milione e mezzo di euro? Chi è il mercante o la casa d’aste che li ha venduti? Quale commissione ha deciso l’acquisto? E come è possibile che dopo una presa di posizione precisa del ministro Buttiglione, e la sua rassicurazione a due parlamentari (Gabriella Pistone e il sottoscritto) sulla volontà di destinare i fondi, neppure esigui, a incrementare le collezioni di giovani artisti italiani, si proceda invece all’acquisizione di opere di due anziani e bolliti artisti inglesi? Certo la distrazione e l’indifferenza possono aver favorito l’azione corsara, resta comunque profondamente immorale e sconveniente rispetto alla politica culturale e alla tutela del nostro patrimonio. Il ministro che vigila e dovrebbe vedere non può così palesemente vedere eluse le priorità e tradito lo spirito con cui si intende promuovere l’arte contemporanea in Italia senza proporsi come meschini imitatori di modelli internazionale senza spirito e senza anima. Non è accettabile che questioni così delicate siano lasciate ai capricci e agli snobismi di funzionari.
Un capolavoro di Pirandello è acquistabile sul mercato a 170mila euro. La Regione Sicilia ha acquistato un doppio Antonello per 350mila euro. L’arte italiana si onora celebrando degnamente Andrea Mantegna il cui comitato nazionale per le grandi mostre di settembre a Padova, Verona e Mantova, è stato dotato dal ministero di un fondo di 600mila euro, circa un terzo di quello che sono costati i tre carboncini dell’ineffabile coppia inglese. Conosco il pensiero di Buttiglione. Vuole il ministro, che io credo ignaro di questa scandalosa situazione, provvedere a far conoscere il suo pensiero, rendendone strumento operativo la struttura del ministero. O dovremo considerare che a decidere, scegliendo gli indirizzi e disponendo del denaro, è Paolo Colombo? Questo nome, ignoto ai più, risponde a quello del direttore del museo che non c’è. Il museo non c’è, ma il direttore sì, e agisce.