Il museo fantasma sulle foibe

A Trieste procede tra ritardi e polemiche l’allestimento della "casa" della civiltà istriana, fiumana e dalmata. Per il "Giorno del ricordo" siamo entrati nelle sale già pronte, tra oggetti d’epoca, foto e una cavità carsica ricostruita<strong>. GUARDA<a href="http://www.irci.it/irci/index.php?option=com_content&view=article&id=57&... target="_blank"> il video sul museo</a></strong> -<strong> <a href="http://www.irci.it/irci/index.php?option=com_content&view=article&id=19&... target="_blank">il video d'epoca sull'esodo e sulle foibe</a></strong>

da Trieste I nomi degli infoibati, le masserizie abbandonate dagli esuli, le foto d’epoca dei partigiani di Tito in un museo, unico in Italia, che non deve solo ricordare il dramma degli istriani, fiumani e dalmati, ma anche la loro antica e dispersa civiltà sull’altra sponda dell’Adriatico. Oggi a Trieste, alla vigilia del 10 febbraio, Giorno del Ricordo, viene inaugurata la mostra «Esodo: la tragedia di un popolo» al secondo piano del «Civico museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata». I muri erano pronti dal 2009, ma per mancanza di fondi e di veti incrociati l’allestimento procede a rilento.

Duemila e trecento metri quadrati con una voragine ricreata in pietra, che si inabissa dal quarto piano per simboleggiare la foiba, una delle cavità carsiche tomba di migliaia di italiani soppressi dalla pulizia etnica titina. Il cuore ti si stringe leggendo i nomi degli infoibati sulle pareti del secondo piano. «Don Francesco Bonifacio, nativo di Pirano. La sera dell’11 settembre 1946 (...) venne sequestrato dalla polizia segreta e successivamente trucidato. Il suo corpo non fu mai ritrovato». Con il beato Bonifacio c’è Norma Cossetto, fra le martiri più giovani delle foibe, e tanti nomi meno conosciuti come Antonio Babich, falegname, Rocco Zuccon, funzionario della Cassa di Risparmio, o Giuseppe Pesce, capo dei vigili urbani.

Al secondo piano fervono gli ultimi ritocchi per raccontare il dramma di questi italiani a lungo dimenticati. Si comincia con una gigantografia dei contadini istriani armati di forconi, prima della guerra. Accanto c’è un’enorme ricostruzione in legno della Umago italiana e un plastico della ferrovia da Parenzo a Trieste. Un manifesto titino del ’44 Svi u borbu, «tutti alla lotta contro la belva fascista», con i teschi dei nemici accumulati in una foiba, ricorda quanto fu terribile la seconda guerra mondiale oltre l’Adriatico. Tra le fotografie spunta quella di una colonna di 100 finanzieri che si ribellarono ai tedeschi a fine aprile ’45, ma furono deportati dal IX Corpus di Tito che occupò Trieste. Nessuno tornò.

La spirale di violenza e vendetta provocò l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia. Le masserizie abbandonate nel porto di Trieste dal popolo in fuga fanno impressione. L’armadio numero 32 di Marcolini Mario, il baule dei ricordi con le foto dei giorni felici... Da una grande immagine una bambina, accanto a un tricolore, sembra guardarti dritto negli occhi sul pontile di Pola, in attesa di imbarcarsi sul piroscafo Toscana nel ’47.

«Per un allestimento definitivo servono risorse» ammette Piero Delbello, direttore dell’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata, che gestisce il museo comunale. «Grazie a una decina di volontari teniamo sempre aperte delle mostre al piano terreno e organizziamo visite guidate nelle parti allestite». Al terzo piano c’è uno spazio dedicato all’agricoltura istriana con carri d’epoca, botti, aratri, ma andrà aggiunta la tradizione marinara dei dalmati. In un’altra sala ecco le riproduzioni dei famosi dipinti istriani di Giambattista Tiepolo e Vittore Carpaccio, contesi dalla Slovenia. L’enorme patrimonio culturale della civiltà istriana, fiumana e dalmata va ancora allestito. L’Irci ha oltre 10mila volumi, come le opere del Tommaseo, il corpus dannunziano e quello di Pierantonio Quarantotti Gambini, ma molti libri sono ancora negli scatoloni. L’archivio del Comitato di liberazione nazionale dell’Istria dal ’46 al ’60 è un fiore all’occhiello storico. La mappa dei cimiteri italiani in Istria con tanto di documentazione fotografica e nomi sulle tombe andrà digitalizzata.

«Abbiamo un museo che non esiste» dice Silvio Delbello, fra gli ideatori di questo spazio e presidente dell’Università popolare di Trieste. «Non dobbiamo limitarci alle foibe e all’esodo. Il museo è nato per valorizzare la civiltà istriana, fiumana e dalmata anche prima dei tragici fatti del dopoguerra». I cinque milioni di euro iniziali sono stati sborsati da Stato, Regione, enti privati ed esuli, ma ora i fondi scarseggiano. «Grazie all’Irci, che organizza mostre e convegni, non è una cattedrale nel deserto, ma si sta segnando il passo sull’allestimento - denuncia Delbello -. La precedente amministrazione comunale si era defilata e la nuova ha promesso di nominare una commissione. La federazione degli esuli non prende in pugno la situazione e si naviga a vista».

Il museo, però, potrebbe diventare un gioiello con insospettabili testimonial. Ieri, durante l’allestimento del secondo piano, è arrivata la telefonata del cantautore Simone Cristicchi, che ha scoperto il dramma dell’esodo e delle foibe.
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