Il Museo del Novecento ricomincia dalla fotografia

Dopo un’estate a caccia di turisti con ogni mezzo - compresi i «buttadentro» multilingue - il Museo del ’900 apre la stagione puntando al rinnovamento; scelta doverosa per un museo contemporaneo, anche in considerazione del fisiologico calo di visitatori. Impresa però tutt’altro che facile. Più lo si visita, più l’edificio di Rota appare complicato e rigido logisticamente e, quel che è peggio, gli spazi per le mostre temporanee sono angusti e offrono ben poche chance. Se a questo si aggiunge che i soldi sono finiti, il futuro è un quadro a tinte fosche. Tuttavia, la direttrice Marina Pugliese fa davvero quello che può per dare brio e contenuti allo spazio, e così ieri ha presentato tre eventi che inaugurano il programma dell’autunno. Anzitutto, a piano terra, una mostra fotografica della collezione di Bank of America Merril Lynch, che è anche il main sponsor del museo. In un momento in cui agli sponsor privati della cultura dovremmo tutti portare la colazione a letto, una mostra era davvero il minimo sindacale, anche perchè le 80 fotografie che arrivano dal progetto itinerante intitolato «Art in our Communities» sono di gran qualità e mettono in dialogo opere di autori maggiori di ’800 e ’900. Ritratti, paesaggi, immagini documentarie e still life si alternano negli scatti di Robert Frank, Man Ray, Cindy Sherman, Thomas Struth e altri guru dell’obbiettivo. Ai piani superiori, tra anse, corridoi, ascensori e qualche maître di troppo, una piccola ma coltissima esposizione dedicata alle pirotecniche relazioni tra Futuristi e Dadaisti, movimenti nati e cresciuti a distanza di pochi anni a cavallo della Grande Guerra e che proposero una reazione uguale e contraria nei confronti di Vecchio e Nuovo. Da una parte il gruppo fondato da Tristan Tzara, dall’altra quello marinettiano: entrambi trasversali tra le arti e il vivere, entrambi esaltati nei toni, entrambi forieri di un linguaggio scritto e parlato fuori dagli schemi. Anche se i primi, decisamente più tranchant rispetto alla concezione delle arti visive, laddove i futuristi continuavano a dire addio alle tradizioni continuando anche a impugnare pennelli e scalpellini.
La mostra dell’Arengario propone una raccolta di documenti, disegni, collage e fotomontaggi appartenenti a collezioni private milanesi e all’Università degli studi di Milano, con opere di Carrà, Depero, Shwitters, Heartfield e altri. In un’altra stanza, infine, un omaggio allo scultore giapponese Kengiro Azuma, che fu allievo del grande Marino Marini, e di cui è in mostra la scultura in gesso «Mu» realizzata nel 196 e un’altra serie di opere di proprietà dell’artista.
Difficile dire quanto pubblico saranno in grado di attrarre queste mostre, anche se non sono certo gli sbigliettamenti a fare la qualità e bisogna comunque avere il coraggio anche di scelte non commerciali. Però ci si augura che si riesca a fare molto di più soprattutto sfruttando le immense risorse del nostro territorio. Che sono appunto le collezioni private, a cui però bisogna concedere molta più visibilità creando una osmosi reale tra Arengario e Palazzo Reale che ha spazi ben più ampi. La mostra della collezione Consolandi fu una delle più interessanti della passata Giunta. Ma si può fare molto anche con le gallerie private, che solo a Milano dispongono di patrimoni spettacolari anche del ’900, come conferma l’attuale esposizione alla Fondazione Marconi, e che con costi assai contenuti permetterebbero mostre pubbliche di livello davvero internazionale.