Musharraf impone il pugno di ferro al Pakistan

Dilaga la protesta mentre è giallo sulla tragica fine di Bhutto: il
governo parla di incidente, gli oppositori di una pallottola in testa.
La soluzione: riesumare il cadavere

Un macabro giallo circonda la fine di Benazir Bhutto. Come è veramente morta e soprattutto chi l’ha uccisa sono domande con risposte sempre più confuse o contraddittorie. Il governo pachistano sostiene che è deceduta quasi per «sbaglio» perché ha battuto la testa mentre le guardie del corpo cercavano di proteggerla. I sostenitori della Bhutto dicono invece il contrario, aveva un foro di proiettile nel cranio giurano, e accusano il governo di voler insabbiare l’inchiesta. I talebani filo Al Qaida dal canto loro smentiscono qualsiasi coinvolgimento.
Ieri una delle collaboratrici più vicine alla Bhutto ha bollato come «ridicola» la versione del ministero degli Interni sulla fine dell’ex premier: «Ho fatto parte del gruppo che ha lavato il corpo della Bhutto prima del suo funerale. Aveva una larga ferita d’arma da fuoco alla testa sulla parte sinistra. Il proiettile è entrato dalla nuca per poi trapassarle il cranio ed uscire dall’altra parte», ha dichiarato Sherry Rehman che era la portavoce dell’ex premier. La Rehman viaggiava con la Bhutto al momento dell’attentato e ha riferito di essersi accorta che attorno alla jeep c’era gente strana, con i colori del partito, ma che non sembravano sostenitori. Secondo la Rehman la versione del «colpo alla testa» fornita dal governo sarebbe «l’inizio di un insabbiamento o del tentativo di autoassolversi dalle proprie responsabilità». Il portavoce del ministero degli Interni, Javed Iqbal Cheema, ha spiegato che il governo non si oppone ad una riesumazione del cadavere per l’autopsia. Sembra invece che sia stata la polizia, citando il numero due del partito della Bhutto, Amin Faheem, a convincere i medici a rinunciare dall’autopsia subito dopo l’attentato.
Il giallo diventa sempre più fitto dopo la smentita di qualsiasi coinvolgimento nell’attentato di Baitullah Mehsud, uno dei capi dei nuovi talebani pachistani. Una telefonata intercettata dai servizi pachistani, in cui si complimenta con i suoi dopo l’attentato, sembrava incastrarlo. Invece ieri il suo portavoce, Maulana Mohammed Omar, ha sostenuto «che la telefonata riguardava operazioni in Waziristan» l’area tribale al confine con l’Afghanistan infestata dai talebani. «È un complotto del governo e dei servizi segreti per screditare la nostra tribù – ha giurato il portavoce –. Noi non uccidiamo le donne».
Nel frattempo sono saliti a 44 i morti nei disordini scoppiati dopo l’assassinio. Nelle prime 24 ore dopo l’attentato sono stati assaltati o distrutti 174 banche, oltre 900 negozi e uffici, 78 treni, 18 stazioni ferroviarie e 370 automobili. A Lahore sono scese in piazza 10mila persone e a Rawalpindi i manifestanti hanno ingaggiato violenti scontri con la polizia. Il presidente pachistano Pervez Musharraf ha ordinato il pugno di ferro contro «gli elementi che cercano di sfruttare la situazione dandosi a saccheggi e devastazioni».
Oggi si riunirà il vertice del Partito popolare che dovrà decidere se boicottare o meno il voto per il nuovo Parlamento dell’8 gennaio. La Commissione elettorale ha già messo le mani avanti. A causa dei disordini undici sezioni sono state incendiate ed è impossibile inviare il materiale elettorale in tutto il Paese. Domani la Commissione terrà una riunione d’emergenza ed è probabile che annuncerà lo slittamento delle elezioni.
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