Musharraf è isolato in Pakistan gli oppositori fanno fronte comune

Dall’esilio il vecchio nemico Sharif si accorda con la Bhutto

Un altro arresto eccellente allunga la lista delle vittime dello stato di emergenza in Pakistan, che il generale Musharraf continua a gestire con pugno di ferro in guanto di velluto, ripetendo di «non essere un dittatore ma di volere la democrazia». Imrak Khan, il popolarissimo ex capitano della nazionale di cricket (lo sport nazionale insieme con l’hockey su prato) poi datosi alla politica e acceso oppositore dell’attuale regime, è finito in carcere sotto la pesante accusa di terrorismo. Questo perché, ponendo fine alla latitanza che aveva scelto dallo scorso 3 novembre - quando lo stato di emergenza fu imposto in Pakistan -, si è presentato all’Università del Punjab, nella grande città di Lahore, alla vigilia di una nuova manifestazione contro le restrizioni delle libertà civili. Khan, 55 anni, che aveva aderito al boicottaggio delle elezioni annunciato dalla ex premier Benazir Bhutto, è stato accolto con entusiasmo dagli studenti che lo hanno portato in trionfo, ma è stato anche notato da alcuni giovani estremisti islamici (che lo hanno in odio assoluto per il suo look occidentale e per i suoi trascorsi di playboy), i quali lo hanno fatto arrestare dalla polizia prima che potesse prendere la guida di un corteo di universitari.
Nonostante la repressione, il fronte dell’opposizione a Musharraf continua a estendersi, rischiando peraltro di assumere caratteristiche confuse. Dopo Imrak Khan, ieri si è detto pronto a collaborare con Benazir Bhutto anche l’altro ex premier Nawaz Sharif. È una svolta inattesa, perché Sharif - che si è fatto vivo dal suo esilio in Arabia Saudita dove si è rifugiato nel 2000 - è il leader della Lega musulmana ed è sempre stato un acerrimo rivale della Bhutto. Ma il senso di questa decisione sembra essere nelle parole pronunciate in un’intervista telefonica da un portavoce di Sharif: «Musharraf non può tenere elezioni libere ed eque con l’intera opposizione dietro le sbarre». L’ex premier esiliato, dunque, fa squadra con i dirigenti dell’opposizione la cui libertà personale è stata sequestrata dall’uomo forte pachistano: lo scopo è chiaramente quello di accentuare l’isolamento di quest’ultimo. Per arrivare al suo obiettivo, Sharif si è rivolto perfino ad alleati improbabili come i piccoli partiti islamici.
Il generale, intanto, continua per la sua strada, continuando a inviare messaggi contraddittori. Nonostante i metodi che sta usando, infatti, invita i leader dell’opposizione a non boicottare le elezioni politiche fissate per il prossimo 9 gennaio. E proprio mentre la polizia arrestava Imrak Khan ha detto che «lo stato di emergenza non ha l’obiettivo di condizionare le elezioni, ma al contrario di garantire che possano svolgersi pacificamente. Io non sono un dittatore, voglio la democrazia». Non è tutto: conferma che le consultazioni si terranno sotto le leggi di emergenza, ma annuncia che prevede di smettere la divisa dell’esercito, come ha promesso soprattutto agli americani, «entro il mese di novembre». Al tempo stesso, lancia un avvertimento: «Le forze armate mi sono assolutamente leali e mi seguono per il rispetto che hanno per me, non per il grado che ricopro». Quindi, nulla cambierà anche dopo la sua riduzione al rango civile.
Musharraf ostenta insomma una posizione di forza, ma il disegno dei suoi oppositori di spingerlo all’angolo dell’isolamento non sembra destinato a fallire. Colpisce tra l’altro il fatto che i giornali (dopo che le televisioni sono state oscurate) continuino coraggiosamente a sfidare la minaccia di pene fino a tre anni di carcere per chi «ridicolizza» il presidente.