Il dopo-Musharraf parte dal vedovo della Bhutto

Asif Ali Zardari è il nuovo presidente di una nazione nucleare, di un Paese in cui l’estremismo islamico è in crescita e l’economia in crollo. Ieri, le due Camere del Parlamento del Pakistan e le quattro assemblee provinciali hanno votato a favore del marito dell’ex premier Benazir Bhutto, uccisa a dicembre in un attentato. In molte città i sostenitori del Pakistan People Party, movimento di cui è leader, sono scesi in strada a festeggiare. Zardari correva contro Saeeduz Zaman Siddique - ex giudice in pensione e candidato del partito di Nawaz Sharif, che ha ritirato il suo gruppo dalla coalizione di governo un mese fa dopo il rifiuto del nuovo presidente di rimettere in carica i magistrati deposti da Pervez Musharraf - e un uomo vicino all’ex presidente, Mushahid Hussain.
La vittoria del vedovo Bhutto arriva in un momento politico delicato per il Paese: l’economia è in crisi, l’inflazione è al 24 per cento, dall’uscita di scena di Musharraf l’instabilità politica è sempre più minacciosa, il terrorismo ha fatto 2000 morti nell’ultimo anno. Ieri, mentre erano in corso le operazioni di voto, un attentatore suicida si è lanciato a bordo di un’automobile contro un posto di blocco della polizia a Peshawar, capitale della Frontiera del Nord Ovest, provincia santuario di Al Qaida, uccidendo 30 persone. L’alleato americano chiede maggior impegno sul fronte del terrorismo e Zardari sa bene che il crescente anti-americanismo della popolazione mina la popolarità della cooperazione con Washington. Dall’altra parte, le tensioni con gli Stati Uniti crescono e hanno avuto un picco nelle ultime ore dopo il raid di mercoledì delle forze multinazionali di base in Afghanistan nel sud del Waziristan, in territorio pachistano, criticato aspramente da Islamabad. Ieri il governo locale ha fatto sapere di aver bloccato una strada sul confine, fondamentale per il rifornimento di carburante alla coalizione a guida americana. La notizia preoccupa i vertici militari a Kabul e a Bruxelles, dove ha sede la Nato, già in allerta - dopo il conflitto in Georgia e il sorgere di tensioni tra Russia e Alleanza atlantica - per l’eventualità di vedersi sbarrare la via russa per il rifornimento in Afghanistan.
Il successo al voto di Zardari non mette fine all’instabilità in Pakistan. L’alleato americano e quello saudita temono che l’irrequietezza politica ed economica favorisca un’ulteriore espansione dell’estremismo. Il nuovo leader era sceso in campo già qualche giorno fa per rassicurare gli Stati Uniti, principali finanziatori di Islamabad, dalle colonne della Washington Post, garantendo impegno nella lotta ai talebani locali. Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha lodato l’esito delle elezioni, i commenti sulla lotta al terrorismo e ha detto che ci sono buone prospettive di collaborazione. Ancora la Washington Post ricorda come questo ex residente dell’Upper East Side di New York, che preferisce giacca e cravatta agli abiti tradizionali pachistani, possa rivelarsi l’uomo giusto per mantenere funzionale l’alleanza Pakistan-Stati Uniti, nonostante recenti mosse ambigue, come la riapertura di scuole coraniche vicine ai fondamentalisti.