"La musica del diavolo mi ha salvato l’anima"

Hugh Laurie, l’attore diventato celebre per la serie Dr House si dà al blues: "Ho avuto qualche crisi depressiva, la chitarra mi ha aiutato"

nostro inviato a Londra

Ma pensa che quando entra in questa saletta vittoriana del Landmark Hotel sembra quasi zoppicare. Appena appena. Ennò, Hugh Laurie si appoggia al bastone solo sui set americani del Dr House, serie tv di spaventoso successo in tutto il mondo. Altra vita. Qui sta dritto come un fuso e fa solo in parte l’attore nel senso che gigioneggia e prende ampollosamente fiato neppure fosse Laurence Olivier nei panni di Mercuzio che inizia il discorsone a Romeo. Però parla di blues, roba maledetta, canzoni nate al bivio tra la perdizione e il diavolo, che lui canta e suona nel suo primo, sorprendente disco di cover Let them talk (edizioni Warner) con il piglio ortodosso, si direbbe loggionista, di quelli che viva il blues e tutto il resto pazienza. «Gli attori indossano sempre una maschera. I musicisti se la tolgono». Lui se l’è tolta ma, sorpresa!, è uguale a prima: sornione, nevrotico, insopportabilmente preparato.
Ad esempio, caro House pardon Hugh Laurie, quali i suoi musicisti preferiti?
«Albert Ammons, grandissimo. Poi Muddy Waters, Jon Cleary, Professor Longhair e Ray Charles. E James Booker? Favoloso. E Leadbelly? Meglio di Bob Dylan».
Va bene, ma Lady Gaga o Madonna e l’Isola dei famosi del pop?
«Sento qualcosa per caso ma poi mi dimentico subito. Non ascolto quasi mai neanche il rock. Anche se so che pochi lo ascoltano, il blues per me è tutto».
Sarà. Adesso finalmente debutta. Però finora lei ha fatto solo una microscopica apparizione nell’ultimo disco di Meat Loaf (peraltro rock) e qualche concerto di beneficenza a Los Angeles.
«E mi pento di non aver avuto il coraggio di fare questa scelta vent’anni fa».
Lei ha avuto una carriera esagerata.
«Mi sono reinventato più volte».
E qualche crisi depressiva qui e là. Ha detto che il blues le ha «salvato l’anima».
«Vero».
Allora perché non ringraziarlo prima?
«Le cose sono impossibili da pianificare. Ma è anche vero che se l’avessi fatta allora, questa scelta, il risultato non sarebbe stato uguale».
Dice che il successo di House l’ha aiutata?
«Beh certo, senza la tv, nessuna casa discografica mi avrebbe cercato. Ma, dopo il successo in tv, ho percepito anche molto scetticismo quando mi sono presentato come musicista».
D’altronde anche attoroni Bruce Willis o Tim Robbins o Kevin Costner hanno inciso dischi: non li ha comprati nessuno. Si preoccupa del precedente?
«A dire il vero, me ne frego. All’inizio pensavo di non essere qualificato per incidere un disco. Poi però mi sono detto: se non lo farai, lo rimpiangerai tutta la vita».
Così l’ha inciso con una band coi fiocchi. E nessuno può pensare sia solo il giochetto di un divo straricco. Adesso fa qualche concerto di blues purissimo. Ma gli spettatori verranno per vedere da vicino l’attore o per la musica?
«L’attore li attirerà, è ovvio. Ma prima della fine dello show spero siano convinti anche dal musicista».
A proposito. Lei canta, suona la chitarra e pure il pianoforte. Ma cosa preferisce?
«Da ragazzino ero timido e preferivo il piano che di solito è sul fondo del palco».
Ma dai, poi è persino diventato attore. Più protagonista di così.
«Diciamo che le cose cambiano».
Vuol dire che addio Gregory House e tutta la serie tv?
«Ma no, io amo House e tutto ciò che rappresenta. Ma il blues è più vicino a quello che sono. Diciamo che potrei fare entrambe le cose. D’altronde non potrò recitare House per molto tempo ancora, mentre credo che la musica sarà sempre con me».
Allora, dopo questi quattro concertini di riscaldamento, inizierà una lunga tournèe?
«Macché, ad agosto torno negli States a girare un’altra serie e con la band farò solo piccole cose. Poi però a primavera mi piacerebbe fare un tour più lungo».
Quindi verrà anche in Italia.
«Spero proprio di sì. Mio padre era innamorato dell’Italia, ci portava in vacanza a Spello, in Umbria. Poi, a 75 anni, si è pure messo a imparare bene la vostra lingua, prendendo anche un diploma».
Suo padre ha vinto una medaglia d’oro come canoista nel «due senza» alle Olimpiadi del 1948. Lei pure ha remato per un bel po’. Poi ha scelto il set. E ora i suoi figli?
«Il mio scopo principale è di non imbarazzarli con il mio mestiere di attore».
E con quello di musicista?
«Non so, hanno 21, 17 e 19 anni. Diciamo che magari non vanno matti per il blues ma non credo proprio che siano imbarazzati dal mio disco, no no...»