Musica, film, moda: impazza la Retromania

Il vintage invade la vita di tutti i giorni,. Tutto diventa revival: canzoni, design, pellicole, giocattoli. Il nuovo millennio non fa che replicare i grandi successi degli anni ’60, ’70 e ’80. Nostalgia o carenza di idee?

Gli anni Zero? Sono stati un «ri-decennio» afflitto da incurabile «retromania». E la situazione non sembra migliorare. Parola di Simon Reynolds, il critico musicale più fighetto del mondo, incisivo quando si tiene alla larga dalle rimuginazioni pseudomarxiste. Da tempo Reynolds, autore di capolavori su musica&costume negli anni Ottanta (Post Punk, Isbn) e Novanta (Energy Flash. Viaggio nella cultura rave, Arcana), si occupa della questione, a esempio sul quotidiano Guardian. Ora però raccoglie e sistematizza il tutto in un libro che già all’estero fa discutere: Retromania esce da noi il 15 settembre per Isbn (casa editrice ormai imprescindibile per gli appassionati di musica).

La tesi è questa: il pop è ossessionato dal suo passato, in campo musicale il futuro è morto. Non si tratta della solita e banale profezia sulla fine di questo o quel genere, cui hanno risposto una volta per tutte gli Who nel 1974 con Long Live Rock (Roger Daltrey cantava: «dicono che il rock è morto, lunga vita al rock»). Né un semplice elenco di artisti che si ispirano ai colleghi del passato, quando non li copiano spudoratamente. In fondo così fan tutti fin dai tempi di Elvis. Piuttosto Reynolds indaga, portando a sostegno un clamoroso numero di casi, i tratti tipici della cultura dopo l’avvento della Rete: la frammentazione di qualsiasi scena artistica in un insieme di «nicchie», la disponibilità senza precedenti di un mega-archivio storico, la facilità d’accesso a tecnologie, un tempo inarrivabili, utili a produrre canzoni, film etc.

Il risultato? Entropia. La quantità ha soppiantato la qualità. E, alla lunga, soffocato l’originalità. Negli anni Cinquanta c’erano Elvis e la soul music; nei Sessanta c’erano i Beatles e la psichedelia; nei Settanta, il punk; negli Ottanta, il metal, l’hip hop e il pop sintetico; nei Novanta, il grunge e il rave. Negli anni Zero... Tutto questo, riciclato e rivissuto a una velocità crescente. Ecco perché, scrive Reynolds, siamo invasi da reunion (Stooges, Devo, Fleetwood Mac), da tour di vecchie glorie (Police, Sex Pistols, Rage Against The Machine), da costosissimi cofanetti tributo (dagli Stones ai Pink Floyd, chi più ne ha più ne metta), da edizioni deluxe di classici. Ma anche da cloni. Lady Gaga non esisterebbe senza Madonna. Una band come gli White Stripes (ricordate Seven Nation Army, l’inno degli hooligans ai mondiali di calcio?) deve tutto agli Who e al garage rock. Amy Winehouse è la versione aggiornata e imbastardita di Nina Simone e delle altre signore del soul; Adele quella aggiornata e ingentilita. Una tonnellata di gruppi «alla moda», dagli Interpol ai Placebo fino agli Editors, ripete a memoria i Joy Division. I Daft Punk rispolverano la dance. Si potrebbe andare avanti all’infinito.

Ciò che importa notare, e che rende valida l’analisi di Reynolds, è che il fenomeno si estende a tutti i campi. Pensate ai cinema invasi da remake di film «culto» di altre epoche: nelle sale ci sono stati, ci sono o arriveranno Alfie, La pantera rosa, Casino Royale, Conan il barbaro e Footloose; le saghe di Superman, Spiderman e Batman sono ripartite da zero non appena giunte al termine; ricominciano perfino Alien e Blade Runner. Ci sono poi vecchie pellicole che ri-sfondano al botteghino: di recente si è fatto notare il «ri-successo» di Grease. Entrano in questo scenario anche la moda del vintage, il revival delle sottoculture hipster, mod, punk. Ma esistono anche i retro-giocattoli, i retro-videogame, il retro-cibo, il retro-design, e perfino il porno d’antan. Viviamo quindi in un mondo al contempo nostalgico, che ricicla tutto, e senza memoria: spesso non ci accorgiamo dell’avvenuto riciclo.

L’originalità è morta? Secondo Reynolds, siamo in una fase di passaggio. Questo è il momento successivo allo choc da sovrabbondanza dovuta al web. Ma ci sono anche altre possibilità. Forse la domanda: «Cos’è innovativo?» diventerà semplicemente senza significato per gli artisti delle prossime generazioni. Forse le nuove idee verranno da Paesi per ora ai margini dei nostri consumi, come l’India o la Cina. Forse, come si legge in Ascolta questo (Bompiani) di Alex Ross, a un certo punto ogni musica diventa classica e si riduce a repertorio.