La musicale disperazione di «Bastogne»

Una graphic novel ripropone dopo dieci anni il romanzo di Enrico Brizzi

C’è qualcosa di musicale nelle tavole di Bastogne (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 202, 22 euro), graphic novel tratto dal romanzo omonimo di Enrico Brizzi. Una sonorità già presente nel testo originale, a cui dopo dieci anni sono stati tolti solo pochi brani ed è stata aggiunta la suggestione delle immagini, capace di aumentare ulteriormente la presa sui lettori in erba (in quest'ottica, tuttavia, la nota dolente è il prezzo, decisamente troppo elevato per i giovani portafogli).
La musica, composta ed eseguita con mano sicura, è cupa, punkeggiante, ossessiva, intossicata. È l’eco del punk, della dark, della New Wave, la «Nuova Onda» che si abbatté come una mareggiata sulla Nizza del 1984, e che fu eletta subito colonna sonora, punto di riferimento esistenziale da quattro ragazzi, Ermanno, Cousin Jerry, Raimundo, Dietrich, eredi dei drughi dell’Arancia Meccanica di Burgess-Kubrick.
La loro è una reazione oscura, rabbiosa, allo yuppismo sfavillante che prometteva un benessere privo di ombre e di residui. Una manifestazione di quello stesso lato oscuro di cui Bret Easton Ellis, oltreoceano, ha raccontato le degenerazioni dall’interno, ritraendo le nuove leve di una classe sociale impazzita. Brizzi invece, a differenza di Ellis, ci mostra da un lato la contiguità tra le due classi, con i ragazzi di entrambe le sponde che si incontrano agli stessi party, e che spesso hanno in comune gli spacciatori; dall'altro lato la rabbia di una delle due parti diretta dissennatamente non solo contro i «nemici», bensì contro tutto e contro tutti. Non solo contro gli odiati «ultras dell’ordine democratico», i «lavoratori», gli arricchiti, gli snob, i radical chic, i festaioli, i cocainomani, gli eroinomani, bensì anche contro persone e oggetti casuali, vittime incolpevoli capitate a tiro.
La disperazione non lascia spazio ad alcuna proposta alternativa. Anche da questa parte della barricata non si vive, al massimo si sopravvive. Si precipita lentamente, irresistibilmente, nel baratro dell’alcol e della droga, si perdono via via i freni inibitori, «in un rigoglio tropicale di devianze e pensiero negativo». La violenza dilaga, si fa breccia nell’ottundimento morale, nell’apatia. È un gioco che si autoalimenta, in un crescendo di emozioni che culmina nello stupro e nell’omicidio.
Dicevamo dei riferimenti. Oltre alla musica, c'è un gergo che trasforma le canne in «joint», le sigarette in «meravigliose», Nizza nella «piccola patria». C'è una toponomastica reinventata a uso esistenzialistico, piazza Nietzsche, viale Heidegger... E c’è anche un piano storico, quello della Bastogne cui fa riferimento il titolo, ultimo avamposto sulle Ardenne dell’esercito nazista, dove venne mandato al massacro un drappello di giovani in cui i quattro si identificano: «frangia irrecuperabile di una battaglia che non si poteva nemmeno cominciare, siamo l’insensatezza, lo sradicamento, la violenza».
Un’ultima nota sulle tavole di Maurizio Manfredi, che accompagnano con la loro tecnica mista l’incalzare delle ossessioni, l’accavallarsi delle fobie, l’esplodere delle allucinazioni; danno un volto ai personaggi; si accordano bene alle storture e alle dissonanze della partitura.