Il musicista mancato che costruisce i migliori pianoforti del mondo

Nel 1978 lascia l’azienda di famiglia che si occupa di mobili per ufficio. E oggi produce strumenti che costano fino a 100mila euro l’uno

Alberto Mazzuca

I pianoforti migliori sono sempre stati tedeschi, francesi e americani. Da sempre, dai tempi in cui Bartolomeo Cristofori ha inventato il piano alla fine del XVII secolo. E per lunghissimo tempo i pianoforti sono stati fatti sempre in quel modo e basta. Almeno fino a 25 anni fa, fino al 1980, quando proprio un italiano ha messo in discussione tutto. Lanciando una sfida incredibile, innovando alla grande, cercando la qualità e l'eccellenza. Ed ha realizzato i Fazioli, i pianoforti che gli artisti considerano i migliori del mondo al punto da scalzare, dalla Scala al Metropolitan di New York, il primato fino ad allora indiscusso degli Steinway.
Sono i migliori del mondo in quanto uniscono una grandissima potenza a una grande espressività e chiarezza e sono anche i più costosi del mondo, il modello da gran concerto costa anche più di 100mila euro. Ma hanno un suono unico, luminoso, solare, trasparente, raffinato, superbo nei bassi come nei medi e negli acuti. Un suono, sintetizza Paolo Fazioli, «mediterraneo».
Amore a prima vista. Capigliatura da artista, classe 1944, originario di Roma, Fazioli è un ingegnere meccanico con il grande rimpianto di non avere fatto il pianista. Ha avuto per il pianoforte, dice, «un amore a prima vista» iniziato a 9 anni quando ha cominciato a strimpellare i tasti da una vicina di casa, una signorina di 80 anni che era stata allieva di Giovanni Sgambati (a sua volta allievo di Liszt).
Si è poi diplomato al Conservatorio di Pesaro nel '71, l'anno dopo cioè essersi laureato in ingegneria all'università di Roma, ha cominciato a insegnare pianoforte e a tenere anche qualche concerto, privilegiando il repertorio romantico ma capendo nello stesso tempo, riconoscerà, «di non avere la stoffa dell'animale da palcoscenico».
In sostanza, Fazioli suona bene ma non straordinariamente bene. Per cui, essendo un perfezionista e quindi un tipo che, ammetterà, «non si accontenta delle mezze misure», preferisce occuparsi delle attività di famiglia. Che non sono proprio da buttare via. Già, perché Fazioli, sesto di 6 fratelli, è figlio di Romano, un imprenditore che produce mobili per ufficio.
L'azienda è la Mim con stabilimento a Forte Bravetta, nella zona ovest di Roma che porta a Ostia, Fiumicino, Fregene. E negli anni Settanta è in grande sviluppo. A un certo punto la famiglia Fazioli acquisisce due fabbriche di mobili al nord, una a Torino e l'altra a Sacile, oggi in provincia di Pordenone. E Paolo, il più giovane dei fratelli, viene spedito a occuparsi di quella di Torino dove vive in pianta stabile per tre anni. Poi si sposta a Milano dove la Mim ha gli uffici commerciali, quindi gli tocca occuparsi della fabbrica di Sacile.
Si fa strada quella strana idea... Ma a Paolo i mobili non interessano e inizia a maturare un’idea: perché non produco pianoforti? Comincia nel 1978 mettendo insieme un team di esperti: Pietro Righini, fisico, uno dei maggiori tecnici di acustica musicale dopo essere stato anche il primo corno dell'orchestra di Toscanini; Guglielmo Giordano, tecnico del legno; Virgilio, uno dei fratelli di Paolo, bravissimo nella lavorazione del legno; Lino Tiveron, costruttore di pianoforti a Milano e il figlio Pierluigi, un perito industriale che oggi è il direttore tecnico della Fazioli. All'inizio il professor Righini è piuttosto scettico, anzi, racconta Paolo, «incredibilmente scettico».
Poi cambia idea e gli dice: «Lei deve provare». E lui prova, impiantando in un angolo dello stabilimento Mim di Sacile le attrezzature per il lavoro di quattro operai. «Eravamo - ricorda - proprio una cosa piccola, occupavamo appena un decimo dell'intera fabbrica che era attorno ai 10mila metri quadrati». E in quell'angolo Paolo Fazioli costruisce un pianoforte interamente nuovo, pezzo per pezzo, partendo da zero: mette in un cassetto la tradizione secondo la quale uno strumento deve essere realizzato in quel modo e solo in quel modo e al suo posto pone in primo piano la ricerca. Ogni cosa va cioè rivista e realizzata artigianalmente. Fazioli, in sostanza, cambia radicalmente la concezione del lavoro. Dice: «Tutti cercavano di imitare gli Steinway, i migliori di allora. Io invece ne volevo uno completamente nuovo».
Comincia la rivoluzione. La forma del pianoforte è sempre quella, le funzioni sono sempre quelle, ma le innovazioni toccano ugualmente ogni particolare, a partire dalla tavola armonica che è l'amplificatore acustico dello strumento. La prima innovazione è il legno, Fazioli costruisce la tavola armonica con l'abete rosso della val di Fiemme, un legno leggero e molto elastico da cui sono nati i primi violini di Stradivari. «Prima di noi - dirà Fazioli - nessuno aveva fatto pianoforti con questi abeti». Ogni parte è realizzata con un diverso materiale, tutto di primissima qualità: la fascia interna è in faggio, la fascia esterna impiega più legni, dal mogano all'acero. Sono poi cambiati tanti parametri, dalla curvatura della tavola armonica al peso della tastiera, viene cambiato il ciclo di lavorazione della tavola armonica, viene messo a punto un sistema particolare per arricchire le scale di risonanza, viene inventato un nuovo pedale per ridurre la dinamica del suono senza cambiarne il timbro, viene rifiutata qualsiasi logica legata alla catena di montaggio.
Spiega Fazioli: «La maggior parte delle lavorazioni sono fatte a mano con la stessa filosofia con cui si costruisce un violino».
Il primo pianoforte, un mezza coda, viene realizzato nel giugno 1980. Ed il battesimo è tenuto dalla pianista Margaret Barton in un concerto con il violinista Angelo Stefanato, primo violino dell'orchestra di Santa Cecilia. «Assolutamente straordinario», è il loro commento. E poi via via tutti i più grandi musicisti internazionali iniziano a suonare con un Fazioli: Jorg Demus, Lazar Berman, Arnaldo Cohen, Nikita Magaloff. E la lista si allarga con Perahia, Brendel, Lortie, Ashkenazy, Clidat, Goode, Mustonen, Leonskaja, Ohlsson, Ciccolini, Angela Hewitt, Demidenko.
L'azienda cresce mantenendo sempre la sua caratteristica artigianale: tre pianoforti il primo anno, dieci il secondo, diciotto il terzo e così via. E occupa ogni anno sempre un po' più di spazio nella fabbrica della Mim. Finché nel 1998 Fazioli, un matrimonio alle spalle e un figlio oggi diciassettenne di nome Luca, decide di comprare il terreno a fianco della Mim e di costruire lo stabilimento dedicato interamente alla produzione di pianoforti. Oggi i dipendenti sono 40, i pianoforti realizzati 110 divisi in sei modelli, il fatturato è di 4 milioni di euro di cui il 95% realizzati con l'export.
Solo produzione artigianale. Una produzione limitata ai pianoforti a coda e limitata anche numericamente in quanto Fazioli vuole tenersi lontano, lontanissimo, dal concetto di produzione industriale che invece hanno acquisito i produttori cinesi e coreani che oggi sfornano anche 100mila pianoforti l'anno.
«Siamo - dichiara Fazioli - un'azienda di nicchia e tale vogliamo rimanere, al massimo arriveremo a produrne 150 l'anno». Per la qualità e il prezzo i pianoforti Fazioli sono considerati nel mondo come le Ferrari nelle auto. Anche se in realtà questo paragone non piace a Paolo Fazioli in quanto, dice, «noi diamo molto valore aggiunto». Tanto è vero che per costruire un pianoforte Fazioli ci vogliono 800 ore quando uno Steinway ne richiede circa 500.
C'è una logica in tutto questo. Spiega infatti Fazioli: «Non produco pianoforti per guadagnare soldi ma perché mi piace. Questa è la mia professione ed è una professione che mi dà anche da vivere».
Del resto Fazioli ha una concezione dell'impresa non molto diffusa tra i suoi colleghi industriali. E cioè: un'azienda deve fare anche cultura. E così ha costruito a fianco della sua impresa una sala da concerto per 200 persone che è stata inaugurata in aprile. L'ha chiamata Fazioli Concert Hall. E a partire da dicembre darà via ad una stagione di musica classica destinata ai giovani. «Non hanno mai sentito parlare nemmeno di Mozart e Beethoven», commenta.
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