Mussapi, l’epoca degli eroi non è ancora finita

Al di là delle etichette, è la presenza quasi ossessiva delle figure eroiche a rappresentare il filo conduttore che guida la scrittura di Roberto Mussapi, protagonista di due recenti pubblicazioni (Roberto Mussapi, Accanto al fiume oscuro, Edizioni Meridiana e Fabrizio Pagni, Roberto Mussapi poeta, Noubs). «Eroe» è un termine che raggruppa tipologie assai vaste: è eroica l’individualità furiosa e devastante del guerriero, è eroico l’iniziatore di culture, il fondatore di città e di tradizioni. Ma con il medesimo diritto lo è anche colui che viene cancellato, eliminato dagli eventi della storia senza colpa. O chi in quella stessa storia combatte e soccombe perché la interpreta come lotta in vista d’un paradiso etico. Di fatto sembra che per Mussapi l’epoca degli eroi non sia ancora finita. È vero: nelle sue poesie circola una sorta di «incurabile» nostalgia per tempi abitati da esseri unici, abilitati a gesti memorabili. Nostalgia verso un mondo nel quale l’immaginario (o il divino) era radicato nella vita e la invadeva e che adesso è sogno, fantasma. Nostalgia eminentemente romantica.
Ora: come per un paradosso, la sotterranea fatica di Mussapi è consistita nell’oltrepassarla, quella nostalgia. Per ritrovare tracce e vestigia delle grandezze passate nel presente, nel cuore di una modernità che rischia di ridurre anche le tradizioni epiche più alte a icone decorative, ornamenti. Così, è stato eroe Enea, ma lo sono altrettanto i caduti semianonimi della guerra partigiana. E i maratoneti impazziti, deformati in volto dalla fatica davanti a un traguardo. Da questo punto di vista, l’età degli eroi per Mussapi non solo non è finita ma non finirà mai, perché tutti si vive in una sorta di metastoria capace di esibire sempre di nuovo gesti emblematici, atti alti e forti: la memoria vive qui ed ora. Le attenzioni ai dettagli fisici, alle minime movenze del corpo che attraversano la poesia di Mussapi non sono, allora, dovute a tensioni realistiche bensì a rintracciare sopra o in basso (nel movimento automatico, nella posa ieratica o da dandy, nella concentrazione totale dell’atleta una frazione di tempo prima della prova), la filigrana epica, la somiglianza che rinvia in un mondo riguardato come immensa favola, epos interminabile.
Nessuna metastoria è, dunque, mai morta, nessuna saga (sagen: dire, raccontare) è diventata materiale da museo. Anzi, i musei (pagine, gallerie, rovine) non esistono. L’evento mitico, sempre, si riattualizza e ritorna. O dovrebbe farlo. Sta alla scrittura assumersi il compito di raccontarlo, tenerlo vivo, fornirgli nuove immagini, simbologie. In questo modo, la (cosiddetta) realtà acquista senso e valore. È, quella di Mussapi, una tensione letteraria e, soprattutto, etica che si oppone alle varie forme di disincanto, di riduzione della vita ai principi della funzionalità, all’utile. La sua radice di poeta romantico, certo, è stata repressa, indirizzata, controllata. Ma non è svanita. Al contrario è uscita, a ogni intervento, fortificata. Come una zona dello spirito che invade, non si lascia normalizzare.