Mussi, il professorino chiamato a bocciare le riforme della Cdl

Come un dente del giudizio che cerca vanamente di farsi spazio, anche Fabio Mussi ha stentato a sfondare. Noto da 25 anni per i baffi da lontra e uomo di spicco dei Ds, è sempre stato messo in ombra, per così dire, da un pugno di molari, Max D’Alema, Piero Fassino e compagnia. Pareva condannato a restare tra le quinte. Ha invece conquistato la ribalta a 58 anni.
Fabio può ora stropicciarsi le mani. Non solo è ministro, ma anche il più interessante leader dell’Unione. Capo del «Correntone» ds, Mussi è fiero avversario del fantomatico Partito democratico, ossia la visionaria fusione di Ds e Margherita. Con ciò, ha due ruoli di grande soddisfazione. Da un lato, è lo spauracchio di chi, come Fassino e Prodi, vorrebbero il Pd. Dall’altro, è l’idolo dei ds che invece aborrono questa strana creatura. A occhio e croce, stanno con Mussi 40 parlamentari e un 20 per cento degli elettori della Quercia. Il suo futuro si prospetta perciò luminoso. Può minacciare la scissione, condizionare i giochi, coprirsi di gloria. Vedremo.
Intanto, fa il ministro nel palazzone di Piazzale Kennedy. Il suo dicastero è quello dell’Università e della Ricerca. Impegnato com’è nella politica militante, Fabio si vede poco. In cinque mesi, ha avuto tre incontri coi direttori generali i quali, abituati ad averne uno al giorno col predecessore, Letizia Moratti, sono in crisi di astinenza. Ha delegato molto al capo gabinetto, Oberdan Florenza, già caro negli anni ’90 ai ministri ds dei Beni culturali, Veltroni e Melandri. Florenza è un leggendario magistrato del Tar che, in qualità di autore di innumerevoli manuali, è familiare come uno zio a ogni partecipante di concorsi statali. Oggi è il dominus del ministero, tanto più che Mussi ha lesinato le deleghe ai due sottosegretari, Luciano Modica e Nando Dalla Chiesa, che si aggirano tra i marmi come anime in pena.
Nonostante una certa assenza fisica, Fabio dirige il ministero con una ferrea filosofia: buttare all’aria tutto ciò che ha fatto la Moratti. Ha subito bloccato lo sviluppo delle Università telematiche, cioè via Internet. In questo, segue obbediente i diktat della Crui, la Conferenza dei rettori. I baroni lo imbambolano con un paio di parole chiave. Per un verso, condannano gli «esamifici» di cui le Università on-line sarebbero la quintessenza. Detto dalla categoria che ammise gli esami collettivi e il 27 garantito, fa sorridere. Inoltre, imputano alle on-line di non fare «ricerca», ma solo «insegnamento» secondo il modello Usa che, proprio in quanto yankee, è da aborrire.
C’è stato poi l’assalto agli Istituti di ricerca. Mussi ha dato il benservito a una quantità di presidenti nominati dal governo Berlusconi. Poiché questi, per loro natura, non dovrebbero essere soggetti allo spoil system, il ministro non si è sporcato direttamente le mani, ma lo ha fatto per interposta persona. La prima telefonata dell’incaricato con la richiesta di farsi graziosamente da parte, è toccata a Fabio Pistella, capo del Cnr. Il Cnr è il gigante della ricerca: ottomila addetti, un miliardo di budget annuo. Pistella ha risposto picche e il braccio di ferro è in corso. Per guadagnare tempo, il ministro ha intanto stravolto l’impostazione della Moratti. Donna pratica, la signora aveva coordinato il Cnr con l’imprenditoria, incaricandolo di una ricerca mirata agli sbocchi commerciali. Si dice tanto che l’industria è in affanno per mancanza di idee, che pareva intelligente affiancarle i cervelloni del Centro. Pistella aveva preso a cuore l’incarico, ostacolato però dai fan della ricerca pura. Ora Mussi, pungolato dagli Einstein del Crui, è tornato all’antico della ricerca per la ricerca. Cosa affascinante se non diventasse spesso terreno di pascolo di incontrollabili acchiappa farfalle.
Oltre a Pistella, è sotto tiro Sergio Vetrella, presidente Asi, l’Agenzia spaziale, e come lui vari altri. Ad ogni buon conto, per accelerare l’impossessamento di tutto il complesso, Mussi ha infilato nella Finanziaria l’articolo 42. È un pantagruelico programma di commissariamento di tutti i centri scientifici di qui a qualche mese. Un sofisticato meccanismo che azzera presidenze e consigli di amministrazione degli enti pubblici non economici, impone il cambio degli Statuti e, per quelli che non li approvano in stretti termini perentori, sancisce l’arrivo dei commissari. Si dà per scontato che i tempi salteranno (il rispetto dipende dal governo, cioè dagli amici del baffuto ministro) e che, al più entro marzo 2007, Cnr, Asi ecc. saranno normalizzati.
Si deve riconoscere a Fabio Mussi una gagliarda intelligenza accaparratrice. Pur non essendo un professore come Prodi, il ministro è tra i più svegli e colti del governo. Usa locuzioni latine come de facto, de iure, mutatis mutandis, con tale frenetica frequenza da essersi guadagnato il soprannome di «Ite, Mussi est».
Maremmano di Piombino, Ite è figlio di un portuale comunista. Comunisti erano anche il nonno, la madre, gli zii. Molte notizie biografiche sono disponibili nel suo sito Internet dove parla di sé in prima persona, corredando il racconto di foto: da bimbo, studente, coi genitori, la moglie, le due figlie.
Il babbo si chiamava Nolano, da Nola, la città natale Giordano Bruno, l’eretico adorato dal nonno mangiapreti. Nolano a 30 anni rimase cieco per un incidente di caccia, attività che perciò il figlio detesta. Lo ha proclamato anche nei comizi col rischio di perdere frotte di voti in un ambiente di fanatici della doppietta come la Toscana. Durante una campagna elettorale definì i cacciatori «tre volte cretini» e il Pci in zona scese di sette punti.
Terminato il liceo, Ite fu ammesso alla Normale di Pisa, sesto classificato al concorso, dietro D’Alema giunto quinto. Ma, diversamente da Max, Fabio si è laureato. Tra i ds cinquanta-sessantenni la laurea è – per dirla alla Mussi - rara avis. Inghiottiti dalla militanza, molti si sono fermati a metà, D’Alema e Petruccioli, Livia Turco e, prima ancora, Achille Occhetto.
L’incontro con D’Alema fu una folgorazione. I due divennero inseparabili. Li chiamavano Cric e Croc. A vederlo oggi, rotondetto com’è, si potrebbe pensare che Mussi fosse Croc. Invece, era Cric e magrissimo. Croc era D’Alema che però era magrissimo pure lui, ma per fare coppia con Cric uno dei due doveva per forza chiamarsi Croc. Eravamo in pieno ’68 e divampava la contestazione. A Pisa, il capo degli scalmanati era Adriano Sofri, anche lui normalista. Tra i due e il capo di «Lotta continua» non correva buon sangue. Cric e Croc erano comunisti irreggimentati e guardavano con fastidio i confusionari. Il più attratto dal caos era D’Alema che, infatti, gettò un paio di molotov. Mussi non lo ha mai fatto. Agli occhi dei sofriani erano però entrambi pappe molli piccolo borghesi e un giorno trovarono all’università una scritta che li dileggiava: «Mussi e D’Alema/ andate in Cina/ Così le guardie rosse/ Vi faranno il cu...».
Per sottrarsi alla confusione pisana e portare a termine la laurea, Ite andò sei mesi a Friburgo dove vergò la sua tesi sul filosofo Theodor W. Adorno. Con lui partì Luana Benini, conosciuta sui banchi di scuola e che poi divenne sua moglie. Sono ancora insieme dopo 40 anni. «Non certo per ragioni ideologiche relative all’indissolubilità del matrimonio – scrive Mussi nel suo sito, come imbarazzato per questa scandalosa fedeltà -. È andata così». Luana, forse, ha saputo trattenerlo con la sua imprevedibilità di cui l’anno scorso ha fatto le spese l’Unità, il giornale del quale è cronista. Sparò, a titoli cubitali, che il padre di Storace nel ’41 aveva trascinato un ebreo nella Casa del Fascio e lo aveva picchiato a sangue. Ma poi la dichiarazione della presunta vittima, tale Limentani, risultò falsa. Per la più semplice delle ragioni: nel ’41 il genitore di Storace aveva 12 anni e Limentani 23. Difficile, in quelle condizioni, immaginare la sopraffazione. Il direttore del quotidiano ds, Padellaro, dovette prostrarsi in scuse e Luana ne uscì malconcia.
Una volta laureato, Ite ha fatto una bellissima carriera nel Pci entrando giovanissimo nel Comitato centrale. È stato commissario in Calabria, condirettore dell’Unità, responsabile della propaganda. Non è però mai stato in corsa per la segreteria o altro di stratosferico. Ad azzopparlo, forse, un certo gusto d’indipendenza. Come quando votò contro l’espulsione dal partito dei cinque fondatori del Manifesto. Avendolo fatto in contrasto con le direttive, fu sospeso qualche tempo dal Cc e la madre lo picchiò per punirlo della disobbedienza. Molto compreso di sé, Ite dice spesso con scherzosa modestia, «Io leggiucchio». «Qualche libro l’ho letto anch’io» e cita Silone, Hannah Arendt, Koestler. Tutta gente che ha scritto peste e corna di quello stesso comunismo in cui lui militava. Allora, delle due l’una: o non li ha capiti o li ha letti solo per distinguersi da Di Pietro che è fermo a Nembo Kid. Mussi è anche uno sportivo. Fu provetto centauro su una Moto Guzzi, detta Moto Mussi dagli amici. Si vanta di andare a vela meglio di D’Alema e Occhetto messi insieme. Si considera il Fred Astaire del Botteghino. «La mia specialità è il rock – dice -, ma me la cavo anche nella lambada». Nel ’95, festeggiò il ribaltone del Berlusconi I al «Gilda», noto night romano, ballando con una cubista finché Luana gli lanciò un’occhiataccia centrandolo sul baffo da tricheco. Cric è pure un antinuclearista antemarcia. Disse no alle centrali già nell’86. Al Pci, allora nuclearista, parve una bizzarria. Ma due anni dopo, il referendum gli dette ragione. Da allora, Mussi è considerato un profeta. «Io leggiucchio - spiegò - e consultando le riviste scientifiche avevo capito i pericoli».
Ora, per la lungimiranza del professor Prodi, l’atomofobico è alla testa della ricerca scientifica nazionale. Aspettiamoci il ripristino dei mulini a vento per produrre energia.