Musso dice addio agli azzurri Ma è la sorella del «sindaco»

Se è più importante

apparire che essere
(...) Sarà che viviamo in un epoca dove «apparire» è più importante che «essere», sarà che i genovesi, masochistici e di sinistra, hanno bisogno di credere in «nuova stagione», in un crepuscolo degli dei che gli dia illusione di una sinistra finalmente «attiva e sociale», ma ho l'impressione che il Centro-Sinistra con la Marta Vincenzi stia recuperando terreno. Solo in questo le riconoscono una certa bravura, anche se con una stampa cittadina non certo ostile nei suoi confronti, tutto diventa più facile. In più oggettivamente dice cose di buonsenso (Ici, zingari, moschea o case popolari), argomenti che «ruba» al Centro-Destra, ma che trova l'accordo della stragrande maggioranza dei genovesi e la genuflessione di una certa cultura da salotto che trova «interessante» tali prese di posizione, mentre quando erano portate avanti solo dal Giornale e da pochi di noi, eravamo tacciati di oscurantismo e populismo. Occorre quindi che subito (per essere pronti appena riprenderà in pieno l'attività politica) la Casa delle Libertà si interroghi seriamente su come affrontare questo regime dell'immagine, questa «Grande Sorella» rassicurante e comprensiva, altrimenti rischiamo di dover sopportare altri 2 lustri di sinistro potere.
*cons. comunale An
Impariamo

a comunicare
(...) lo schema dei programmi moderati da proporre all’elettorato per avere il voto. Noi ci soffermiamo poco sull’importanza del marketing politico: incontri, eventi e iniziative sul territorio. Tutte cose che invece fanno parte della cultura di sinistra. L'estate trascorsa ne è la prova... Un gruppo operativo e propositivo in sintonia con il territorio in grado di dialogare su tutte le tematiche locali credo che sarebbe opportuno e probabilmente anche conveniente. Chiamarsi fuori dalla politica del quotidiano non paga. Probabilmente mi sbaglio ma sono fermamente convinto, in specie dopo l’alleanza con il Piemonte, che la differenza la potrebbe fare un forte richiamo al discorso identitario come patrimonio di una regione, non condivisibile con altre situazioni anche se di convenienza. La Liguria oggi è a una svolta, siamo forse obbligati ad allearci ma dobbiamo pensare di «vendere» il nostro prodotto economico, turistico e sociale battendoci sui mercati mondiali. Il governo Prodi sta fallendo tutte le prove sui mercati mentre il nostro governo regionale cerca di smarcarsi con alleanze regionali dai pantani della politica nazionale. Sopravvivenza? Può darsi, certo è che non possiamo restare a guardare...
Gian Luca Fois

Lista Biasotti
Non posso più

porgere la guancia
(...) in quanto ritenuto micro-inutile. Nei confronti del fisco, pagare e tacere, sempre di più. E se un Bossi dice a modo suo che la gente non ne può più, interpretando un sentimento molto diffuso, non si dà la colpa a chi crea una situazione insopportabile, ma ai termini usati dal «greve padano».
Vado a votare e, essendo genovese, perdo sempre. Devo accettare l’invasione musulmana senza dire troppo in giro che gli unici italiani che amo e che stimo sono uno già morto ed uno condannato a morte (Oriana Fallaci e Magdi Allam), perché rischio la pelle. Leggo che vogliono massacrare la Chiesa in cui credo, e non mi rimane che aspettare la prossima mossa. Mi sfogo scrivendo qualche articolo che tu generosamente mi pubblichi, ma poi mi imbatto nelle tue parole, sagge, serie, da vero giornalista. Ma perché lo fai solo tu? Io vorrei che tu aiutassi me e gli altri come me, che so essere tanti, ad urlare in modo compatto il loro disgusto per questo schifo che ci avvolge.
Apprezzo la tua professionalità, ma sbaciucchiando la Vincenzi, mi fai sentire un po’ meno figlio della bellissima famiglia de Il Giornale di Genova. Tu dici giustamente che il rispetto dell’avversario è alla base del sano concetto di politica. Ma perché dobbiamo averlo solo noi? Tu ricordi un singolo articolo di Repubblica o di qualunque altro giornale rosso che abbia mai sottolineato qualche cosa di buono fatto da Biasotti (anche per caso, qualche cosa giusta l’avrà pur fatta!). Ricordo ancora oggi un antico incontro con l’allora direttore de Il Secolo XIX Antonio Di Rosa. Senza neppure sapere da che parte io stessi mi disse: «Sa, io sono amico di Pericu, ma nel caso che sbagli, lo segnalerò. Così come, se per caso accadesse (cosa molto improbabile, e risatina) farei notare una cosa buona di Biasotti. Peccato che poi la mia gente al Secolo non mi segua, perché sono tutti molto più a sinistra di me». E a fronte di questo bell’ambientino, noi opponiamo la teoria della maglietta.
Io non voglio i fucili come Bossi, voglio la guerra. Almeno a parole.
Con immutabile affetto ed amicizia.
Alberto Clavarino
Un liberale non teme

di dire la verità
la messa in guardia di Giuseppe Murolo, che peraltro è perfettamente sovrapponibile con un nostro articolo di poche settimane fa, e lo sfogo di Alberto Clavarino. Fine.
A tutti, ma soprattutto a Clavarino che ha dalla sua la forza della passione, che a volte supera le barriere della fredda ragione, dedico solo due brevissime riflessioni. Primo: il mestiere del giornalista è ben diverso da quello del politico e un giornale è credibile proprio se dimostra di non guardare in faccia a nessuno, sia nel bene che nel male. A me, ad esempio, Berlusconi piace, ma se dicessi o scrivessi ogni giorno che è alto, biondo e ha tanti capelli non sarei credibile. Così come non sarei credibile se scrivessi che in cinque anni di governo non ha fatto errori. Non farei un buon servizio né alla verità, né ai nostri lettori. E, incidentalmente, non farei un buon servizio nemmeno allo stesso Berlusconi.
Fra l’altro questo è un giornale che prende parte, che non ha paura di prendere parte, a cui fanno sorridere quelli che dicono in continuazione quanto sono super partes. Ma, proprio per questo, non abbiamo nemmeno paura di dire se qualcuno «dell’altra parte» fa bene. Da un lato, rende molto più credibili tutte le volte che li si critica. Dall’altro, va nell’unica direzione che davvero ci interessa: il bene di Genova e della Liguria.
Secondo: è vero che «gli altri» si comportano diversamente. É vero che su Repubblica-Il Lavoro Berlusconi è sempre dipinto come brutto e cattivo e che quando, anche a Genova, quelli del Lavoro si innamorano perdutamente di qualcuno del centrodestra, quello sembra destinato a perdere: perdere bene come Musso, che era autorevole editorialista dell’edizione diretta da Franco Manzitti, o perdere male come Suriani. Ma, comunque, perdere. Del resto, se scrivono che Suriani è un mago della politica e Berlusconi non ne capisce nulla, ognuno poi può farsi un’idea della lucidità di analisi che c’è dietro.
Perchè proprio il saper giudicare su ogni fatto e non a seconda dell’appartenenza politica, credo sia ciò che distingue i moderati e i liberali dagli «altri». Magari, a volte, ci sarebbe da imparare da «loro». Ma, mi creda, non ce la faccio proprio: molto meglio l’onestà intellettuale. Molto meglio essere liberali.