An, la Mussolini torna a casa: «Il gelo è finito»

La presentazione di La Russa: «Basta il cognome a spiegare perché oggi Alessandra è con noi»

da Milano

Alessandra Mussolini arriva alla Festa di An come se non fosse mai andata via. «Basta il cognome a spiegare perché partecipa al dibattito sull’antipolitica» è la presentazione di Ignazio La Russa al pubblico di Alleanza nazionale, che batte le mani e non sembra trovare nulla di strano nella presenza sul palco della biondissima signora che quattro anni fa ha abbandonato il partito in polemica con Gianfranco Fini. Era il novembre del 2003 quando Alessandra Mussolini lasciò An, choccata dall’immagine del presidente di An volato in terra d’Israele con la kippà in testa a dire che «il fascismo è il male assoluto». Lo strappo fu immediato e nonostante i tentativi di pacificazione di La Russa, Alessandra scappò al gruppo misto e si inventò una nuova formazione politica.
Adesso rieccola alla Festa Tricolore a gridare a squarciagola «la destra faccia la destra». Maurizio Gasparri la agguanta per baciarla. In platea sventolano anche bandiere di Alternativa sociale, il partito della Nipotissima, mentre lei spiega che «la gente si è stufata» e detta le sue ricette sulla sicurezza alla vigilia della manifestazione di An del 13 ottobre: «Bisogna chiudere e dislocare i campi nomadi, ricettacolo di sfruttamento e ladrocinio». Come sempre, pochi giri di parole: «Noi vogliamo l’integrazione ma insieme ai diritti devono esserci i doveri».
La Mussolini è in marcia di riavvicinamento ad Alleanza nazionale e non lo nasconde: «La mia presenza qui è un segnale di disgelo che c’è già stato a luglio. Con Fini siamo competitori e non avversari». Ma per il momento esclude liste comuni e del presidente di An sono molte le cose che non le vanno giù, come il fatto che sia stata abbandonata la battaglia per reintrodurre la preferenza nel voto alle politiche. «Ricordo ancora uno con l’accento bolognese che anni fa parlava di lotta alla partitocrazia e quella persona era Gianfranco Fini. Oggi si raccolgono firme per cose che la gente non capisce...», è la sfida lanciata in un territorio in cui il pubblico ascolta, annuisce e non solleva obiezioni. La ribellione arriva quando Italo Bocchino, parlamentare di An, cerca di difendere «la Casta». «Stamattina ho preso l’aereo con Gian Antonio Stella, l’autore del libro...» fa appena in tempo a dire che dalle ultime file si alza un sibilo: «Che me ne frega a me che non ho mai preso un aereo in vita mia! Qui si parla di aerei o di politica?».
Alessandra Mussolini invece cavalca la piena sintonia con gli umori popolari. Attacca Walter Veltroni: «È una faccia di gomma, un finto buono per tutte le stagioni e per tutti i partiti. Voleva addirittura la moglie di Berlusconi, Veronica Lario, nel suo Partito democratico». E giù un’altra bordata: «Forse voleva metterla insieme alla lista di cinesi che lo sostiene! Cinesi, come quelli che sappiamo bene quali problemi abbiano causato a Milano». Se non è xenofobia, certamente è una difesa identitaria forte, chiara e anche religiosa: «Riscriviamo la Costituzione e inseriamo le nostre radici cristiane! In alcuni asili hanno vietato il prosciutto per non offendere i musulmani! Ma se non gli va bene il prosciutto, se ne restino in Turchia...».
Si infuria per la presenza in Parlamento del trans Vladimir Luxuria e del no global Francesco Caruso: «La gente è stufa marcia. Se ci fosse stata la preferenza, tanti di questi qua non sarebbero neppure entrati in Parlamento. Ma vi sembra che si possa discutere del bagno più adatto a Luxuria mentre la gente fatica ad arrivare a fine mese?». Le dà man forte l’ex ministro Maurizio Gasparri: «L’antipolitica riprende fiato per il fallimento della sinistra. L’indulto è stato un disastro e infatti noi di destra abbiamo votato contro. Ecco perché dalla sinistra non prendiamo lezioni di moralità né ai tempi di Berlinguer né oggi. Noi di An abbiamo anche votato a favore della riduzione del numero dei parlamentari, per evitare equivoci».
La nipote del Duce però non si accontenta ancora, non le basta neppure la proposta di legge Fini-Di Pietro per la riduzione dei costi della politica. Vagheggia un’Italia alla francese, guidata da un decisionista con i poteri di Sarkozy: «Lui può decidere in modo responsabile e veloce perché sa che tra la sua elezione e i cittadini c’è un rapporto diretto». Sogni di Repubblica presidenziale che non c’è.