Mussolini in tribunale: torna in un dipinto

Dopo sessant'anni il restauro dell'opera "corretta" nei giorni della Liberazione. Per decenni una macchia arancione ha campeggiato nell'aula della Quinta sezione penale sul dipinto di Conti

Milano - Il Duce era rimasto nascosto per più di sessant’anni. Al terzo piano del palazzo di giustizia di Milano, nell’aula della Quinta sezione penale, su imputati, avvocati e giudici incombeva il grande affresco. Cristo in trono, una donna genuflessa, e accanto a lei i potenti della terra: Napoleone, Virgilio eccetera. A sinistra dell’Imperatore dei francesi, una grande macchia arancione: perché di fretta e furia, all’indomani della Liberazione, l’affresco era stato censurato all’insegna del politically correct, per fare sparire l’immagine di Benito Mussolini, fondatore del fascismo. E la grande macchia, un po’ buffa e un po’ inquietante, aveva preso il posto del Duce. Da una settimana, Mussolini è tornato alla luce. Il merito è dei restauratori del ministero dei beni culturali, che da oltre un anno stanno lavorando a recuperare i tanti capolavori degli anni Trenta che abbelliscono il tribunale milanese. Vengono riportati agli splendori originari mosaici di Sironi e affreschi di Campigli. Ma si sapeva che la sfida più difficile - e non solo dal punto di vista tecnico - sarebbe stata affrontare l’opera di Primo Conti nell’aula della Quinta penale.

Perché i restauratori non avevano dubbi: Mussolini andava riportato a galla, a costo di sfidare imbarazzi e polemiche. Così i lavori sono proseguiti in modo quasi carbonaro, con i tecnici del ministero chiusi a doppia mandata nell’aula, al riparo da sguardi indiscreti. E con una sola domanda: si sarebbe riuscita a rimuovere la vernice arancione? E cosa sarebbe riapparso, sotto la mano di censura postbellica? Cosa restava del Duce dipinto da Conti? Del dipinto originario non esisteva alcuna documentazione fotografica, nessuno sapeva nemmeno in che posa e in che veste Mussolini fosse stato ritratto.

Le risposte sono andate al di là delle aspettative più ottimiste. Una volta arrampicatisi a tre metri dal suolo, i restauratori hanno scoperto che in realtà l’affresco era stato censurato con un robusto foglio di carta da pacco, incollato al muro e poi dipinto a vernice. È bastato rimuovere la carta, e Sua Eccellenza è riapparso in tutto il suo splendore: di pieno profilo sinistro, elmetto e pastrano militare, mascella quadrata. Mentre Napoleone, accanto a lui, guarda la penitente nuda in ginocchio, Mussolini sembra guardare di sbieco, verso chi entra in aula dalla porta dei testimoni. E adesso? Il restauro è ancora in corso, si lavora per ridare la lucentezza originaria all’intero affresco, maltrattato da sessant’anni di riscaldamento e spifferi, inumidito dall’alito delle arringhe e delle requisitorie. Ma verrà il momento in cui si dovrà presentare al pubblico il risultato. Ed è possibile che il ritorno alla luce di Mussolini possa risultare indigesto a qualcuno. Di ritratti del Duce - come dei suoi slogan o dei suoi simboli - ne sopravvivono parecchi qua e là per la penisola. Ma il Mussolini ritrovato a Milano sarebbe l’unico a svettare in un’aula di giustizia. Sotto i piedi del Duce andrà presto collocata la frase di rito, «La legge è uguale per tutti». Sotto lo sguardo in tralice di Mussolini verranno pronunciate le sentenze in nome della Repubblica. Quanto ci vorrà prima che qualcuno - giudice, avvocato, imputato - sollevi qualche obiezione? L’aspetto singolare della faccenda è che non sarebbe la prima volta che l’affresco della Quinta sezione si ritroverebbe al centro delle polemiche. Fin dalla sua realizzazione, l’opera di Primo Conti era stata attaccata da più parti: ma, in quel caso, con l’accusa di essere troppo poco fascista.

Nell’allegoria, intitolata «La Giustizia del Cielo e della Terra», l’idea di collocare Mussolini ad altezza suolo insieme ad altri potenti della terra - tutti in qualche modo uniti dalla caducità delle glorie umane - era apparsa bizzarra se non irriverente agli esponenti dell’ala più ortodossa del regime. Il fatto che Conti fosse artista di provata fede fascista - un suo ritratto equestre di Mussolini era stato esposto alla Biennale di Venezia - non aveva impedito che venisse chiesta a gran voce la testa della sua opera. Ed erano dovuti intervenire gerarchi liberal come Dino Grandi e Giuseppe Bottai per evitare che sullo sfortunato affresco di Conti si abbattesse la censura fascista prima di quella antifascista.