La mutazione genetica di Bertinotti

L’Italia guarda con ammirata stupefazione all’imborghesimento di Fausto Bertinotti. Salito sul più alto pinnacolo di Montecitorio, l’uomo ha cambiato pelle. Ha finalmente trovato quella che, nelle intenzioni del Dermatologo dell’universo, gli era destinata dall’inizio.
Come tutti sanno, Bertinotti è stato inviato sulla Terra per rinnovare dopo venti secoli il tentativo di riscattare l’umanità. Non gli era stato però prescritto il modo in cui farlo. Il «come», fu lasciato al suo libero arbitrio. Per 65 anni ha battuto la strada proletaria. Si è mescolato a sindacati, officine, militanze estremiste. Ma sentiva che non era il suo mondo e lo ha nobilitato con le giacche di tweed, l’erre moscia, le estati all’ombra della torre medievale di Dolceacqua, oasi soave nell’entroterra ligure. Segnali che il suo destino era un altro. Cosa la sorte avesse in serbo, si è visto il 28 aprile con l’elezione a presidente della Camera, all’età di 66 anni e un mese.
Quel giorno, era già un altro Bertinotti. Dismessi i panni del gentiluomo di campagna, a rischio di confusione col vestito domenicale del villano, Fausto indossava un gessato scuro degno del conte Carlo Sforza. Aveva perfino rinunciato al porta occhiali pendulo, troppo simile alla fiaschetta di un Sanbernardo. Unica nota stonata, una cravatta multicolore che sul bianco dello sparato pareva un banchetto di frutta e verdura. Poiché l’errore non si è ripetuto, qualcuno deve averglielo fatto notare. Forse la signora Lella, la first lady sua moglie che lo consiglia in tutto e che gli comprò il primo dei golfini di cachemire diventati poi il suo marchio. Più probabilmente però è intervenuto il sottosegretario rifondazionista Alfonso Gianni, uomo ombra di Fausto. Da 25 anni (era ancora demoproletario), l’onorevole Gianni è la massima autorità di Montecitorio in fatto di cravatte e colletti di camicia.
Come sia, già alzandosi per il discorso di insediamento, Bertinotti incarnava alla perfezione l’alta autorità dello Stato borghese. È vero che nella breve allocuzione ha sottolineato, con qualche partigianeria, alcune idee fisse. Per esempio, che la sua elezione si inseriva tra due date care alla sinistra: il 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, e il primo maggio, festa dei lavoratori. Ha pure avvertito che rifiutava di usare coi colleghi il termine enfatico di onorevoli. Li avrebbe invece chiamati deputati, benché la sua preferenza andasse all’epiteto «cittadini», caro a Robespierre. Ma questo è tutto. Gli osservatori hanno liquidato le precisazioni come pedaggio dovuto al suo elettorato di vetero e di no global, concentrandosi su chi fosse il suo sarto. È stato scovato sotto la casa romana di Fausto e Lella nel quartiere Nomentano.
Marco Castiglioni è l’erede di una dinastia di couturier, attiva dal 1926, che già vestiva i gerarchi del fascismo. Sostavano nella bottega al rientro da una visita alla vicina Villa Torlonia, la reggia del Duce. Oggi, è un negozio elegante che produce vestiti, confezionati o su misura, «a prezzi bloccati dal 2000» e al costo massimo di 380 euro. «Lui (Bertinotti in questo caso, ndr) – ha detto il sarto Castiglioni ai cronisti - non ha mai avuto bisogno di abiti su misura, perché è proporzionato e trova sempre completi che gli calzano a pennello». Queste belle proporzioni sono, insieme con l’eloquio, alla base del successo di Fausto con le signore della migliore borghesia. Interrogata sul punto, la first lady Lella ha detto: «Se fossi gelosa, a quest’ora sarei finita».
Dal giorno dell’insediamento, i coniugi Bertinotti hanno preso l’abitudine di trascorrere due o tre notti la settimana nella suite presidenziale della Camera. La cosa ha stupito essendo proprietari di una bella casa poco distante, con domestica a tutto servizio. In precedenza, solo il presidente diessino Luciano Violante aveva abitato la foresteria. Ma a pieno titolo poiché a Roma era single e la sua famiglia a Torino. Il penultimo presidente, l’Udc Pier Casini, per dire, non ha mai messo piede nella suite. Aveva il suo nido a Roma e si è guardato bene dal creare trambusto notturno a commessi e montecitoriani vari. È così maturato il convincimento che Fausto e Lella, dopo anni di scioperi e picchettaggi, vogliano ora assaporare la vita dal lato migliore.
Bertinotti ha preso fisicamente possesso della Camera andando in tutti gli uffici anche i più remoti. Ha stretto le mani di funzionari, commessi, fuochisti addetti al riscaldamento, ascensoristi. Ha rifiutato lo spoil system e mantenuto la struttura ereditata dalla destra. Non solo ha confermato il segretario generale, Ugo Zampetti, ma perfino il capo della segreteria già di Casini, Guglielmo Romano, e addirittura il titolare dell’ufficio stampa, Pier Vincenzo Porcacchia, creatura squisitamente casiniana. Il garbo bertinottiano ha incantato la gerarchia. Se pure incrocia lo stesso impiegato tre volte il giorno, si inchina cerimonioso: «buongiorno», «stia bene», «grazie», «grazie a lei». È tuttavia noto che, se un’inezia non quadra, Fausto può anche inviperire. La cosa è assurta a leggenda nel partito, Prc, dove ha stroncato carriere e emarginato con spietatezza. Non sopporta critiche, chi le azzarda è perduto. Negli anni ha tagliato le gambe a Garavini, Cossutta, Diliberto, Rizzo. I più lo detestano e gli sono rimasti accanto quattro gatti: i due capigruppo, Migliore, il delfino, e Russo Spena; il ministro Ferrero; il già citato Gianni, oggi più tiepido ma sempre amico; pochi altri. A furia di vedere infuriare Bertinotti si è notato che, nell’attimo che precede l’esplosione, gli si gonfia la vena del collo. La notizia del fenomeno si è diffusa, e i funzionari della Camera sono ora più attenti alla vena che non all’uomo, di cui pure cercano di prevenire i desideri.
Per unanime opinione, Fausto presiede l’Aula in modo disastroso. È debole e arrogante al tempo stesso. Quando l’intervento dei deputati non può superare il minuto, Violante o Casini interrompevano l’oratore e davano seccamente la parola al successivo. Bertinotti invece comincia a dire: «Deputato X il suo minuto è trascorso, deve concludere». Quello replica: «Presidente, ancora un istante, sono al nocciolo, eccetera». Comincia così un lagnoso battibecco mentre l’Aula rumoreggia. Una volta, un pezzo grosso dell’opposizione aveva chiesto una pausa di 15 minuti «per approfondimenti», Fausto l’ha negata citando l’articolo tal dei tali del Regolamento e ricamandoci su. La Cdl si è scatenata e si sono perse due ore. Non aveva capito che era meglio concedere con fair play la sospensione, anziché impantanarsi nei bla bla. Idem quando ha interrotto, dando la parola a un altro, un’ovazione al Cav per la sua dichiarazione di voto sul decreto Bersani. Proteste a non finire, clima deteriorato tra i poli e perdita di prestigio della suprema scranna. Esasperato, il deputato di An Italo Bocchino è andato da Violante e gli ha detto: «Posso fare una petizione per riavere te alla presidenza?». Violante ha riso: «A Fausto chi lo dice?». Bocchino: «Ma quando presiedeva il sindacato non ha imparato a usare la parola a ragion veduta?». Violante: «Non faceva parlare nessuno».
Ecco il punto debole. Bertinotti, detto «Parolaio rosso», è innamorato dei suoni che promana dal cavo della bocca. È certo dell’onnipotenza della sua parola. Oggi per convincere i deputati a obbedirgli, ieri per spingere gli operai a occupare la Fiat (lo ha fatto nel 1980), domani per cambiare il mondo. Sentite, lo dico per le giovani generazioni, come parlava anni fa. Il discorso, rimasto negli annali, è quello pronunciato da Fausto nel 1990 a Arco di Trento per la nascita di Rifondazione. Esordio: «L’economicismo non si presenta più come un atteggiamento povero di antagonismo reale, ma si trova costretto a scegliere drasticamente tra la subalternità compatibilista e l’urlo comparativo, qui nel senso proprio di negazione di una condizione di classe». Chiusa: «I rapporti sociali a sinistra vengono ignorati nell’analisi dell’innovazione, di cui semplicemente si coglie il dinamismo e cui si attribuisce una sostanziale neutralità, come se la sua natura sociale non esistesse e fosse perciò buona a qualsiasi uso». Pane al pane, vino al vino.
Da Montecitorio, per comprensibile riserbo e deferenza, non filtra nulla. Ignoriamo perciò se nella suite i Bertinotti ricevano gli adorati nipotini, invitino Valeria Marini, cara alla signora Lella o Mario D’Urso, il loro amico più snob e confidente di Susanna Agnelli. Si sa invece con certezza che, da quando è presidente, Fausto ha moltiplicato degustazioni nei più rinomati ristoranti, apparizioni nei salotti delle madame, da Verusio a Angiolillo, cerimonie politico mondane, tipo Festival di Venezia.
Per farsi perdonare dai compagni fatuità e gessati scuri, Bertinotti fa, di tanto in tanto, cose di sinistra. Il 2 giugno, festa della Repubblica, si è messo all’occhiello il simbolo pacifista e non ha applaudito la sfilata militare. Il 13 agosto ha mandato un telegramma al «Caro comandante» Fidel Castro per i suoi 80 anni, con abbracci annessi. E altre cose così. Con questi espedienti, ha fatto inghiottire ai suoi la spedizione militare in Libano e il massimo dislocamento di truppe italiane nel mondo dal dopoguerra. Zitto zitto, ha pure smesso di parlare di patrimoniale, tormentone elettorale di Rifondazione. Poi, mortificando il borgo ligure di Dolceacqua, ha preso Lella e bagagli ed è andato in vacanza a Ipanema, la più yuppi delle spiagge brasilere. L’immagine abbronzata di Bertinotti in maglietta Lacoste campeggia su Internet. Accanto, lo sconsolato commento dei rifondazionisti di Prato: «Non sembra nemmeno più un comunista».
Benvenuto tra noi subcomandante Fausto.