Muti con la Cherubini esalta il Mozart sacro

Stimolante il dialogo su Don Giovanni tra il direttore e Cacciari

Lorenzo Arruga

da Ravenna

Bizzarrie bizantine: i tetti delle basiliche sono pericolosi quando la gente dentro ascolta musica; quando va a Messa, anche se si pigia, no. Forse è un patto fra le Autorità e Sant'Apollinare. Fatto sta che la sera di lunedì il concerto sacro di Ravenna Festival è stato dirottato dalla spaziosa e rasserenante basilica di sant'Apollinare in Classe al Teatro Alighieri; e così il Coro dell'Opera di Vienna, l'orchestra giovanile Cherubini, quattro cantanti solisti e il maestro Riccardo Muti si sono trovati in un luogo senza ori e senza pecore mosaicate, ma con un'acustica squisita, e han celebrato qui il promesso incontro fra civiltà, nel nome di Haydn e di Mozart.
Di una civiltà alta, consapevole, operosa è testimone e artefice quel coro. Canta tutte le sere in palcoscenico, alterna quasi un centinaio d'opere, e si presenta al Te Deum di Haydn o ai Vesperae de Confessore di Mozart non con l'atteggiamento di supponenza o di disbrigo che in Italia non stupirebbe, ma come occasione di studio e di purificazione, con intensità squisita. Ha ancora quasi tutto da imparare, invece, per felici ragioni di giovinezza, l'Orchestra Cherubini, ma i ragazzi, nelle mani di Muti che li prepara e motiva, fanno sì che il confronto diventi una felice collaborazione.
Fra i solisti, era impegnata a fondo Adriana Kucerova, che grazie ad una personalità luminosa ed una voce svettante nel registro acuto ha fatto bella figura nell'Exsultate, jubilate, la gioiosa pagina di Mozart piena di Alleluia; mentre una certa fissità d'emissione non troppo timbrata ed una preoccupante rassegnazione ai fiati corti l'ha tenuta un po' lontana dall'ardua bellezza della frase dei Vesperae «Laudate Dominum», in cui ci vogliamo consegnare tutti a Dio nella bellezza.
Alla fine della serata, una sorpresa: il Coro ha consegnato al maestro Muti la «Medaglia Clemens Krauss», che aveva nel passato offerta solo a Karajan, a Boehm e a Giulini. E in un clima di commozione è stato ripetuto l'Ave Verum di Mozart, che aveva aperto il concerto: lieve come un sospiro, intenso e pieno come una speranza.
Anche la mattina seguente, il teatro Alighieri ha accolto nella sua aura ospitale e nella sua aria condizionata il pubblico destinato altrove; ma la colpa, felice, è stata che la gente era troppa per la prevista Sala Muratori della Biblioteca Classense, elegante e severa, e s'è riversata in teatro ad ascoltare il pensiero di Massimo Cacciari e Riccardo Muti su Don Giovanni. Cacciari è un filosofo di cultura universale, di aggiornamento straordinario ma di sangue antico: riflette, ascolta, studia a fondo i temi per cui è chiamato e offre parole nette e comprensibili. Il viaggio di Don Giovanni dall'inappagato all'inappagabile, per accumulo d'esperienze e necessariamente perdente con la morte, che in Mozart finisce per rivelare l'insanabile contrasto fra gli imperativi categorici della società e la felicità personale, si è illuminato anche delle riflessioni di Muti, che, esaminando la definizione di «dramma giocoso» dell'opera, ha mostrato come il contrasto, fin dall'Ouverture, non sia fra tragedia e allegria, ma fra tragicità e corsa irrefrenabile verso un ignoto che scompare davanti a noi. Doverosa la pubblicazione.