Muti doma il rapace Macbeth con il suono perfetto dei Wiener

da Salisburgo

«Macbeth does murder sleep» («Macbeth ha assassinato il sonno»). Questa sentenza del secondo atto del Macbeth di Shakespeare ci è tornata spesso in mente durante la trascinante esecuzione che Riccardo Muti ha diretto al Festival di Salisburgo dell’omonima opera di Giuseppe Verdi. Per seguire il suo profondo amore per Shakespeare, Verdi perse, come il rapace Macbeth, il sonno. Guadagnò però una straordinaria aderenza fra parola e testo, fra situazione scenica e resa sonora, vivificando il tutto con una bruciante incisività di accenti. La singolarità del Macbeth (1847) risiede nell'oscillazione fra desideri brutali (brama di potere, ambizione, furia omicida) e sensi di colpa ancestrali, attraversati da presenze soprannaturali verosimili, come in un racconto popolare.
Macbeth è un dramma unico, rivoluzionario, per il quale Verdi raccomandava ai suoi interpreti di non cantare, ma di agire e declamare, «con voce ben cupa e velata». Voleva che studiassero la situazione drammatica: poi «la musica verrà da sé». Muti ha tenuto conto di tutto ciò e non solo. Ogni «situazione» teatrale giustificava tempi e colori della «musica». Lì prende vita quell’unicum che è la drammaturgia verdiana. Lo conferma anche la scelta dei due cantanti principali: Zeljko Lucic (Macbeth) e Tatiana Serjan (Lady Macbeth). Voci «fosche» che compensano con presenza scenica (e animus pugnandi) le saltuarie insidie di una lingua non madre. Si sente che Macbeth e la sua signora hanno assorbito la lezione mutiana per ottenere quel rispetto delle mezze tinte, dei «piano», fondamentale per rilevare i chiaroscuri del dubbio e le perfidie mordenti nel duetto capitale Fatal, mia donna, un murmure.
Di non comune qualità l’apporto nei distinti ruoli che attorniano la coppia fatale dei tenori Giuseppe Filianoti (Macduff) e Antonio Poli (Malcolm). Il nobile cantabile di Banquo è stato interpretato dal basso Dimitry Belosselskij. Questi una punta della serata. La messa in scena di Peter Stein (costumi di Anne Marie Heinrich, elementi scenici di Ferdinand Wögerbauer) ha rispettato con lucido distacco l'evo barbarico trasfigurato da Verdi, occupando la vasta scena della Felsenreitschule con il versatile coro dell'Opera di Vienna. Un vero attore collettivo, sia quando si agitava nelle figure arboree che incarnavano le grottesche streghe sia quando scattava nelle entrate dei gruppi virili di soldati. Apprezzato il riferimento per il soprannaturale al genio figurativo di Füssli, citato quasi alla lettera nelle tre streghe corifee. Momento fra più alti sul piano scenico e musicale è stato il coro Patria oppressa. Il suono meraviglioso dei Wiener e la qualità delle voci hanno mantenuto questa pagina all’altezza della quota che Verdi toccherà nella Messa da Requiem.
Pensavamo che tutte le revisioni operate da Verdi per la ripresa di Macbeth (Parigi, 1865), come appunto Patria oppressa, fossero superiori alla prima stesura. Riccardo Muti, sostituendo con scelta ben ponderata alla Battaglia strumentale e all’etico Inno di vittoria, il finale della prima versione (Firenze, 1847), ci ha messo in seria difficoltà. Il primo finale, infatti, è di una sintesi fulminante. Dopo l’asciutto dialogo delle trombe battenti fra il cozzare delle spade, piomba il tragico monologo di Macbeth davanti alla morte. Giunto sul passo estremo, il sanguinario usurpatore mostra umanità: riconosce di essersi dannato per seguire profezie ingannevoli e una «vil corona». Segue una di quelle chiuse a ghigliottina, in cui Verdi non teme rivali. Il dubbio su quale versione preferire permane (solo i cosiddetti «intenditori» non ne hanno). L’effetto della «quarantasettana» sul pubblico di Salisburgo si è tradotto in ovazioni trionfali. Diciamo una banalità: Verdi ha sempre ragione. Lui.