Muti e Depardieu, che coppia: il "Lélio" ritrova il suo fascino

Il maestro ha diretto l’opera di Berlioz al Ravenna Festival. Grande la prova dell’attore francese

da Ravenna

C’è una composizione folle, ben impressa nella memoria di chi l'ha ascoltata, vasta, eccessiva, delirante, esaltante e disperata, che si chiama Symphonie fantastique, di Hector Berlioz. È del 1830. Berlioz, romanticissimo, musicista e critico, in quegli anni si era infatuato della irrequietissima attrice shakespeariana Harriette Simpson, non l’aveva ottenuta e allora si era preso la fidanzata d’un amico, e quando questa si era invece sposata inaspettatamente con un famoso fabbricante di pianoforti era corso da Firenze verso Parigi per ucciderla e uccidersi, però a Nizza ci aveva ripensato ed era tornato indietro ed aveva ricominciato a pensare ad Harriette, fino a conquistarla e sposarla con testimone Liszt. Tanto per dire l'ambiente e il tipo.
Che tumulto abitasse dentro a lui, si può immaginare, e come le leggi della struttura musicale gli stessero strette; tant’è vero che proprio nella Sinfonia Fantastica inventa una storia basata su emozioni, sensazioni al limite della ragione, evocazioni quasi esoteriche, che culminano in un finale parossistico dove un sabba di fantasmi e di streghe si sovrappone ad un liturgico Dies Irae suonato a pieni fiati. E ci si potrebbe anche aspettare un grande caos, ma non accade: una logica di connessioni visionarie fa germinare ogni episodio, ed anzi ogni battuta, dalla battuta e dall’evento interiore precedente, come se i singoli strumenti in interventi preziosi o tutta la gran massa dell’orchestra scandissero i suoi tempi mentali ed amorosi, gli odii, le frenesie, gli incantamenti, trasformandoli in musica purissima.
E si esegue così, da sola, affascinante pezzo di bravura. Ma Berlioz aveva aggiunto presto una seconda parte, Lélio, un dramma recitato da un attore, che dava conto in prima persona d’una vera autobiografia psicologica: la passione assoluta per Shakespeare, la maledizione alla critica che non capisce Shakespeare e i poeti del teatro e della musica, la voglia di farsi bandito accumulando nefandezze in cinica allegria, il ripensamento mistico e contemplativo della natura, il timore dell’illusione ed il rifugio nella musica, con la creazione abbozzata d’un grande e violento affresco sulla shakespeariana Tempesta. Tutto questo con un paio di cantanti solisti, un coro, e l’orchestra che separatamente o in stupefacente fusione si unisce alla voce. E nelle rare esecuzioni delle due creazioni unite, tra cui memorabile quella di Boulez con recitante Barrault, si aveva come un prolungamento doloroso, spasmodico, teso ad una nobile purificazione.
Con Riccardo Muti e le mirabili orchestre giovanili Cherubini e di Fiesole, il raffinatissimo tenore Zefferi, il convincentissimo baritono Franck Ferrari, il pianista Restani e il civilissimo coro giovanile dell'Opera di Vienna, e la presenza del mitico e amatissimo attore Gérard Depardieu, a Ravenna in Festival, si è andati oltre. Muti ha cercato la simultaneità della spaziosa e profetica vena ottocentesca di Berlioz con la sua radice affondata nei classici, da Gluck a Cherubini; Depardieu la grande declamazione tragica francese, mai enfatica, ma come rapita in un sogno di musica, con la libertà negli eccessi e la segreta ironia che li rende autentici. Lélio è parso non solo il compimento, ma la lettura critica, la misura, la rivelazione della Sinfonia. Ogni parola, ogni momento di Lélio faceva crescere non solo l’emozione, ma anche la memoria della sinfonia appena udita, saldandosi con impressionante pienezza. Per forza ci son state acclamazioni finali. Abbiamo vissuto da comprotagonisti l’evento straordinario d'un atto creativo che piega il tempo a specchio incandescente di se stesso.