Muti e Depardieu, l'intervista doppia

Da domani il maestro dirige e l’attore recita nel <em>Lélio</em> di Berlioz. &quot;Ci scambiamo suggerimenti e incoraggiamenti&quot;. Il mattatore: &quot;Il direttore sa costruire l'atmosfera di un vero capolavoro&quot;. Il maestro: &quot;In quest'opera la voce deve sovrastare la musica senza dominarla&quot;

Ravenna - Cos’è Lélio ou le retour à la vie, il melologo o meglio il monologo con musica scritto da Berlioz nel 1832 a seguito ideale di quella Symphonie fantastique in cui il celebre compositore aveva voluto ritrarre, in note dolorose e appassionate, la vita di un artista del suo tempo? Lélio, a detta dei critici e dello stesso autore, rappresenta il lento riaffacciarsi alla vita dell’Uomo, un genio-creatore dichiaratamente autobiografico, che all’inizio di quest’opera strana e affascinante, si ridesta dai fumi dell’oppio in cui aveva trovato momentaneo rifugio per evadere dal tormento di esistere. «Mio Dio, io vivo ancora!», sono le prime parole di questo esule senza speranza teso a rinnegare un mondo che non può comprenderlo e da cui si sente tragicamente escluso. Anche se finirà per confessare, al termine di questo viaggio tra le note che lo accompagnano e la confessione che rivolge al pubblico, di voler vivere «encore, encore et pour toujours».

Ora questo accorato lamento in prosa, esumato solo l’anno scorso a Salisburgo da Riccardo Muti direttore e Gérard Depardieu attore, viene proposto per la prima volta in Italia, il 26 e il 28 giugno a Ravenna Festival prima di approdare il 30 alla Fenice di Venezia.

Ma cosa ne dicono i due protagonisti? Che senso può avere oggi, nella società attuale, un testo come Lélio?
Muti: «Lélio non è un personaggio di ieri, ma l’immagine viva dell’artista di oggi, un giorno osannato e l’indomani rifiutato dal mercato, ingiustamente perseguito dai conservatori e magari portato alle stelle anche dai progressisti. Berlioz ha le idee chiare in merito: isola il suo portavoce al centro della scena e lo fa parlare in prima persona, vuole che esponga alla platea il suo caso e giunge al punto di relegare dietro di lui, separati da un velario, coro e cantanti cui affida il compito di sottolineare musicalmente le sue parole senza travalicarlo».
Depardieu: «Per me l’autore fa qualcosa di più. Dato che schiude senza saperlo, con la preveggenza dei grandi, la porta sull’avvenire, quel futuro che oggi è il nostro presente. Siamo in pieno Romanticismo eppure l’eroe di Berlioz non ci arriva paludato in costume a difendere una causa perduta, ma in abiti dei giorni nostri, come se il rumore delle sedie smosse e gli accordi dell’orchestra lo destassero in quel momento dal sopore della droga. Di cui fa uso per affrontare un quotidiano che lo rifiuta, per sostenersi nel suo lavoro. Come capita, purtroppo, a tanti intellettuali di oggi. Se questa non è attualità...».

Mi avete convinto. Ma ora voglio sapere da voi se per la prima volta, nella vostra carriera, la musica incontra la prosa.
Muti: «Fino a questo punto, non mi era mai successo. Perché qui, con Berlioz, si rischia grosso. La voce deve sovrastare la musica senza sopraffarla e a volte sottometterla per valorizzarla. Un’impresa quasi impossibile».
Depardieu: «Avevo fatto tante volte la voce recitante. Nell’Histoire du soldat di Stravinskij, nel Carnevale degli animali di Saint-Saëns, persino in un’opera difficile come l’Hary Janos di Kodaly ma non mi ero mai sentito coinvolto come mi è avvenuto stavolta con Riccardo. O meglio no, un precedente c’è stato: quando ho recitato il ruolo dell’Assassino in Lily Passion accanto a un mostro sacro della canzone francese come Barbara. Ma quello era uno strano musical, non un’opéra philosophique come questa».

Come avete impostato questo lavoro a due?
Muti: «Comportandoci come due lottatori che, sul ring, non pensano a colpirsi ma ad integrarsi. Giocando, dribblando, scambiandoci più suggerimenti che affondi come in un’amichevole partita di calcio. Dove sia attore sia direttore si dividono addirittura il ruolo dell’arbitro fino, se mai ci sarà, all’apoteosi finale».
Depardieu: «Io che una volta giocavo a football mentre ora preferisco occuparmi delle mie vigne, condivido l’analogia avanzata da Riccardo. Alla mia età sobbarcarmi uno sforzo simile accanto a un compagno che mi guarda, m’incoraggia, mi sta vicino e insieme condivide con me lo stesso spazio, è ben più entusiasmante che lavorare con certi registucoli».

Maestro, che differenza c’è tra dirigere un cantante e dirigere un attore?
Muti: «I cantanti hanno un copione che si chiama spartito e spetta a noi farglielo rispettare a volte incoraggiandoli come e più dei registi a sottolineare la parola col gesto. Con Depardieu il problema non si pone nemmeno. È più paziente della Callas quando la dirigeva Visconti».

Monsieur Depardieu, nei suoi confronti Muti si è comportato più da regista o da direttore?
Depardieu: «Riccardo non è un direttore ma un autore. Come Truffaut e Resnais al cinematografo. Come loro, ti costruisce attorno un’atmosfera, ti colloca dentro l’opera d’arte che crea. Mentre sul set, prego, non mi faccia parlare!».