Muti esalta la poesia di Schumann Maazel riapre le Danze di Kodály

Piera Anna Franini

da Ravenna

È ormai in dirittura d'arrivo il giro italico della Filarmonica di New York, l'orchestra fuoriclasse che sabato ha inaugurato il Ravenna Festival. Di fatto, s'è trattato di una doppia inaugurazione, con le bacchette di Lorin Maazel (sabato) e di Riccardo Muti (ieri) poste a confronto su uno stesso podio. Che - curiosità - Maazel s'è portato di città in città.
Un'occasione, dunque, per testare l'abilità della compagine americana capace come poche altre di cambiar pelle, di aderire come un guanto alle due diverse personalità direttoriali pur senza sconfessare la propria identità, vale a dire un modo di intendere il suono e il fraseggio frutto di una tradizione consolidata. Un'identità che Maazel alimenta quotidianamente sulla scorta di un rapporto saldo - leggasi: contratto - che lo lega alla New York Philharmonic fino al 2009. Frequentazione stabile avviata da Maazel nel 2002 dopo il lungo corteggiamento che la Filarmonica riservò a Riccardo Muti, all'epoca in pieno fervore scaligero e quindi deciso a declinare l'invito della sirena americana. Il post-Scala di Muti, lo sappiamo, corrisponde a «una fase di straordinaria libertà. Sono direttore stabile da anni, adesso voglio lavorare con chi, quando e dove voglio, senza preoccupazioni di altro genere», ama rimarcare Muti se stuzzicato sul tema. E nella rosa dei complessi in testa al suo indice di gradimento, oltre a Wiener («è l'orchestra con cui ho il rapporto più stretto in assoluto»), spicca proprio la Filarmonica di New York alla quale il direttore ha promesso di riservare un mese di lavoro l'anno per l'intero triennio 2006-2009. Rapporti con complessi centenari (la NY Philharmonic è la più antica del Nuovo Mondo) che si intrecciano con la ferma decisione del direttore napoletano di accompagnare la crescita di organici in erba, il caso della «Cherubini» la cui agenda si infittisce di appuntamenti stuzzicanti. E tra le novità, spunta la trasferta di fine settembre a Istanbul.
Ieri sera Riccardo Muti ha puntato sull’Ottocento poetico ed eroico di Schumann (Quarta Sinfonia), ricordato a 150 anni dalla scomparsa. Un tormento e sofferenza che si fanno vera e propria malattia in Ciaikovskij presente, ieri, con la Quinta Sinfonia. Con Muti abbiamo assaporato l’anima cantante dell’Orchestra Filarmonica che volentieri si distende nelle odi di puro lirismo, in quella dolcezza che però non cede al lezioso. Così come riesce a tradurre in canto anche i fremiti bellicosi e gli scoppi nevrotici alla Ciaikovskij. Ed è un piacere farsi scuotere dai bronzi e dagli ottoni che svettano in tutta la loro pienezza, stretti nella morsa degli archi febbricitanti. Il suono ha polpa sempre e comunque, anche quando Ciaikovskij, mago della musica per balletto, affoga la disperazione, sua e del tempo (la fine ’800), in un’amabile Valse: qui i New Yorker offrono un esempio di cosa voglia dire e come si possa tradurre la pienezza della leggerezza.
Pura poesia e ardore romantico in Schumann che, così come lo sente Muti, nella Quarta Sinfonia riesce finalmente a superare il contrasto (che fu pure esistenziale) delle due opposte nature. L’esuberanza di Florestano e l’introversione di Eusebio (due personaggi di fantasia di Schumann) si conciliano consegnandosi all’equilibrio di Maestro Raro (altro personaggio schumaniano). Certo, anche qui le ombre di un Romanticismo al suo crepuscolo possono insidiare la quiete raggiunta (vedi il primo tempo). La Romanza è un palpitare commosso intimo, tanto che lo spettatore si sente di troppo.
Ieri il Paladeandré - ahimé tutto, fuorché un miracolo d’acustica - era in tripudio. Effervescenza che muoveva dal palcoscenico stesso, l’orchestra festeggiava il direttore e pregustava il seguito della serata sulle spiagge ravvenati.
Riuscita anche la serata di sabato con Maazel. Come è ragionevole che sia, le orchestre e i direttori in «esposizione», vale a dire in tournée, giocano la carta del repertorio che dominano con naturalezza. Immaginate cosa possono rappresentare le Danze di Galánta di Zoltán Kodály per una orchestra come la Filarmonica e un direttore come Lorin Maazel. Ecco la rotondità e la suadenza delle viole, la giocosità dei legni, l'assieme a spaccapelo dell'orchestra anche in quei passi - vedi i sincopati - dove basta un nonnulla per mandare a gambe all'aria il complesso più rodato. Certo, Maazel è l'eleganza fatta persona, elegante il gesto, eleganti le letture. Dispensa golosità timbriche, esplosioni cromatiche, lucentezza, qualità che però non bastano a rendere giustizia alla seconda anima di queste Danze ungheresi, al lato magiaro più viscoso e zingaresco.