Muti incanta le barche di Mazara

Il Raveklla Festival in viaggio di fratellanza. il Maestro al concerto dell'amicizia: "La musica avvicina mondi diversi. Abbiamo suonato in condizioni molto difficili"

Mazara del Vallo - L'aria è imbevuta di umidità, sa di salsedine. Il vento non dà tregua, agita chiome, abiti, spartiti che sembrano prendere il volo da un momento all’altro dipingendo, anzitutto là, su quel palcoscenico montato a strapiombo sul mare, una scena da Sturm und Drang. Siamo a Mazara del Vallo, per il concerto del Ravenna Festival in omaggio alle Vie dell’amicizia, nella punta estrema della Sicilia d’Occidente. Nell’antico approdo fenicio, oggi crogiolo di generazioni d’armatori, di pescatori, sede di una delle più corpose flotte di pescherecci d’Europa. Mazara, porta aperta sul Mediterraneo, esempio «di convivenza pacifica e costruttiva tra la nostra gente e le popolazioni della sponda dirimpettaia del Mediterraneo» rimarca il vescovo della città, Domenico Mogavero, nell’introdurre il concerto d’amicizia che Cristina Mazzavillani Muti, l’anima del Ravenna Festival, quest’anno ha voluto portare in Sicilia. In questo avamposto del Mediterraneo, e per la prima volta in Italia dopo tappe come Sarajevo, Beirut, Gerusalemme o Damasco. In un luogo «dove siciliani e tunisini per secoli si sono contesi il mare e il pesce» osserva Riccardo Muti da sempre il timoniere dei viaggi di fratellanza che il Ravenna Festival predispone annualmente dall’estate 1997.

Dopo il concerto nella cattedrale di Monreale, con l’Orchestra Cherubini, Muti è tornato in Sicilia lunedì, alla guida dei complessi del Maggio musicale fiorentino, «i migliori nel panorama italiano» asserisce senza mezzi termini il direttore. «Questa sera s’è suonato in condizioni difficili, i violini hanno dovuto tendere al massimo le corde data l’umidità, un porto è suggestivo ma non è certo il luogo acusticamente ideale per un concerto, però i musicisti hanno dato una prova di estrema efficienza e di serietà professionale», l’osservazione di Muti. Considerata la nomina alla conduzione stabile a Chicago («ora non sono più un direttore à la carte», scherza), più le settimane spese con la New York Philharmonic, Muti sarà sempre più proiettato oltreoceano. Ma riserva qualche presenza anche all’Italia. E anticipa, «è sicuro che non rinuncerò alla Cherubini, ora è ormai pronta la nuova formazione, e vorrei fare almeno un concerto l’anno con l’Orchestra del Maggio: questo complesso è stato il mio primo amore», dice Muti che proprio a Firenze ha festeggiato di recente festeggiato i quarant’anni dal debutto di carriera. E qui, per il 2010, centocinquantesimo anniversario della nascita del compositore Luigi Cherubini, Muti conta di riportare le ceneri dell’artista di cui si innamorarono i francesi (che non l’hanno mai reso all’Italia).

Lunedì, per l’arena musicale ricavata nel porto, con una platea stretta attorno al palco sul mare fra gli alberi delle imbarcazioni condivise da italiani e la comunità di settemila tunisini, Muti ha scelto un programma sacro: Te Deum, Stabat Mater dai Quattro Pezzi sacri di Verdi, e lo Stabat Mater di Rossini. Centrale l’idea della mater, intesa come madre generatrice, ma anche un’occasione per l’omaggio ai quindici anni dalla visita a Mazara del Vallo di Papa Giovanni Paolo II. Un concerto per ribadire un messaggio: «La musica ha il potere di migliorare le genti e i rapporti fra le genti. L’ho detto, e non solo io, fino alla noia. Ma è un messaggio che non mi sembra venga recepito. Resto convinto del fatto che la musica sia l’elemento aggregante fra popoli di cultura, razze e religioni diverse. Ci credo veramente».

E pazienza se gli applausi ricorrevano regolarmente dopo l’ultima nota di ogni pezzo dello Stabat di Rossini. «La reazione naturale è proprio quella di applaudire dopo ogni pezzo, non lo considero un segno di ignoranza. È stato un atto spontaneo, lasciamo perdere se era colto o no» dice Muti. Lo dice centrando il senso di un concerto d’amicizia.