Muti: "Karajan? Come me era esigente ma non un tiranno"

Il maestro oggi a Salisburgo
celebra i cent’anni dalla
nascita del grande direttore
con il requiem di Brahms. "In tanti gli dobbiamo un aiuto
decisivo per la carriera&quot;<br />

da Salisburgo

Karajan, dice Riccardo Muti, è l’uomo che ha dato al suono una dimensione nuova. Lo dice nella sua bella casa pacifica di Anif, a poche decine di metri da quel che era la casa del grande maestro austriaco. Una casa piena di cose belle e scelte, con il gusto di portare nelle strutture austriache un po’ della vita e della storia italiana. La sorveglia un distinto signore umbro, che accudì Karajan sino all’ultimo per tanti decenni.
Riccardo Muti celebra oggi, qui a Salisburgo, il centenario della nascita di Herbert von Karajan, dirigendo i suoi Wiener Philharmoniker nel requiem tedesco di Brahms. Ma fra i due uomini, fra le due personalità artistiche non ci sono affinità, si tratta di due mondi straordinari e diversi. Questo è il bello dell’arte, il poter amare i grandi senza esclusioni.
«Prima di Karajan, non si era mai udita tanta cura per la bellezza del suono nell’orchestra; ha inventato una veste fascinosa al discorso musicale, conferendogli una diversa e nuova grandezza. Certo, si tratta di una scelta anche pericolosa, coprire tutte le partiture con questo meraviglioso mantello. Ma questa ricerca quasi ossessiva lo ha portato a una cura del fraseggio, che si è unita alla grande comprensione della musica e alla partecipazione così fonda alla civiltà musicale austriaca, e alla conoscenza affettuosa della grande tradizione italiana».
Era un tiranno come dicono?
«Era esigente, certamente, moltissimo. Ma non si deve confondere questo aspetto professionale con il suo atteggiamento umano. Basti pensare a quanti direttori della mia generazione ha aiutato: da Abbado a Mehta, a Ozawa... In tanti gli dobbiamo un aiuto decisivo agli inizi della carriera».
Bene, questo era Karajan. E Muti?
«Non lo so. Come posso dirlo? Posso solo cercare di indicare delle realtà in cui credo, a cui ho cercato di attenermi. La prima è l’artigianato. Oggi si arriva prestissimo sul podio, e ci si sbraccia con entusiasmo. Mi pare un po’ poco. Io sono contento d’aver percorso tutto quello che fa dire: ho le carte in regola. Ho studiato violino e pianoforte, poi composizione con il grande maestro Bettinelli, ho seguito i corsi del famoso e provvido maestro Votto, prendendo a poco a poco in mano l’orchestra. Pensavo dall’inizio e penso ancora, come dico spesso agli strumentisti, che il direttore deve essere un preciso artigiano; e se poi c’è dentro l’artista, verrà fuori».
Ma lo studio del gesto, per esempio, porta a scoperte particolari?
«Sono piuttosto le scoperte che portano al gesto, prima per trovare la funzionalità, poi per intensificare la comunicazione emotiva e spirituale. Cercare in una partitura vuole dire tante cose. Io mi sento della vecchia scuola europea, quella che può correre il rischio di pensare troppo, ma si domanda il significato di ogni nota, di ogni frase, di ogni pausa. Fra le domande che ci si porta dietro ce ne sono che il pubblico non si immagina e che spesso il direttore non si pone. Può capitare di vederne uno salire sul podio, fare un bel sorriso al pubblico, voltarsi verso l’orchestra e cominciare a sbacchettare quietamente l’inizio con i timpani del concerto per violini di Beethoven, come se nulla fosse. Ma in quell’inizio elementare e misterioso io non riesco a non sentire il battito cominciato milioni di anni fa nell’universo, la pulsazione cosmica che proprio in quel momento comincia a farsi sentire fisicamente da noi, come una rivelazione. Il grande Carlos Kleiber mi diceva di sentire nei momenti di maggiore intensità quasi il bisogno di rinunciare al gesto, a comunicare di pura presenza tutto quanto di musica si ha dentro, direi il troppo che si ha dentro...».
E le orchestre lo sentono. Può dirlo uno che ha in calendario un anno con le maggiori compagini del mondo, come anche con una prediletta formazione di ragazzi...
«Sì, avrò tournée con i Wiener, suonerò per la regina con la Philharmonia di Londra, a Parigi, in Giappone, in America, dove ho ormai uno stabile legame, anche se l’incarico incomincerà fra un paio d’anni, con la Filarmonica di Chicago. Sarò in vari teatri, a Roma con Otello, qui al Festival d’estate in Salisburgo con Moïse et Pharaon, la prima opera seria di Rossini che qui verrà rappresentata. Ma, sempre qui, a Pentecoste dirigerò lo sconosciuto Demofonte di Jommelli, con i ragazzi dell’orchestra Cherubini. Mondi, artisti, diversissimi con me. Ma ognuno sensibile alla fede e al mestiere della musica».
E il maestro Muti è un tiranno sul podio?
«Quando vediamo un direttore sul podio, tutto ci dà l’impressione di una spregiudicata autorità. Ma nella sostanza entra ben altro. C’è davanti a lui un gruppo, un tipo di famiglia che è l’orchestra, e deve metterla a contatto con un altro gruppo più grande, che è alle sue spalle. Nessuno può aiutarlo in quel momento. E poi ci sono gli interrogativi che continuano a colpirlo: sarò stato abbastanza fedele all’autore? Penso a quelli che con costante amore ho cercato di servire, come Verdi e Mozart. Qualche volta mi dico, se domani, nell’aldilà mi venissero incontro e mi dicessero: con noi hai sbagliato tutto».
Mi sembra assolutamente improbabile.
«Ma ammette che sarebbe un bel problema».