Muti con "Moïse" sale sul trono del faraone

Stasera si inaugura la stagione. Nell’anteprima del capolavoro di Rossini, il Maestro ha sfiorato la perfezione superando la sua esecuzione al Festival di Salisburgo del 2009. Strepitose le voci di Abdrazakov e della Ganassi <br />

Roma - Stasera l’inaugurazione ufficiale della stagione 2010-2011 all’Opera di Roma, con il Moise et Pharaon di Gioacchino Rossini - capolavoro, «rigenerato» alla francese, dell’azione tragica Mosè in Egitto, che per la prima volta approda al teatro della Capitale; e vi approda con la direzione di Riccardo Muti che al Rossini «serio» ha dichiarato apertamente il suo amore. L’altro ieri anteprima benefica a favore della Comunità di Sant’Egidio, alla presenza del Capo dello Stato, salutato dall’Inno di Mameli, e di fronte ad un pubblico non tanto numeroso, forse anche a causa della pioggia battente e delle manifestazioni studentesche, e neppure particolarmente caloroso, mentre sappiamo che i nostri teatri possono ancora vibrare all’unisono con il palcoscenico, quando c’è il pubblico, ancora numeroso, che ama e conosce il melodramma.

Per Muti è il terzo Moïse et Pharaon nel giro di pochissimi anni; alla Scala nel 2003 e poi a Salisburgo, l’estate scorsa. E proprio da Salisburgo partiamo per esporre per le prime impressioni della messinscena romana, della quale più ampiamente si riferirà dopodomani. L’allestimento di Roma, dove Pier’Alli, firma scene costumi, proiezioni video e regia, non ha punti di contatto con quello salisburghese, dove Flimm, aveva rivisitato la storia del popolo ebreo schiavo in Egitto e miracolosamente salvato da Mosè, attraverso la tragedia millenaria di quel popolo, perennemente in fuga, in cerca di una patria, e periodicamente oggetto di persecuzioni e discriminazioni. La messinscena, poi, aveva un sovraccarico di segni ideologici, bisognosi di una esegesi apposita per venirne a capo.

La regia romana, punta sulla tragica statura dei personaggi e si avvale di una scena scarna: assai suggestiva l’apertura sul muro del pianto; il second'atto modifica parzialmente la scena, conducendoci nella sala del trono della reggia del faraone (troppe proiezioni museali!); nel terzo la reggia si trasforma in tempio di Iside - suggestivo il corteo delle vergini in videoproiezioni tridimensionali - e nel quarto torna il muro del pianto che, alla fine, si scardina per far posto alle proiezioni delle acque che si aprono, fanno passare gli ebrei ed inghiottono gli egiziani lanciatisi al loro inseguimento. Se non fosse per qualche eccesso di proiezioni, anche in momenti in cui sembrano inutili e distraggono (come nel corso del tragico confronto, nel tempo di Iside, fra il sacerdote della dea e Mosè, che sta a dimostrare quanto le religioni possono trasformarsi in radici di odio - e per quel drappello di militari egizi che sembrano scesi da qualche astronave, armati di fucili a pompa) lo spettacolo è assai più suggestivo di quello salisburghese.

E la musica? Tre ore di accecante bellezza. Muti, a Roma ha dato una bella lustrata all’orchestra che ha risposto a dovere, dispone un coro eccellente e malleabile curato da Roberto Gabbiani, ed è affiancato da una compagnia di canto di tutto rispetto, solo in parte diversa da quella salisburghese. Nei ruoli principali, Ildar Abdrazakov (Mosè perfetto), Faraone (Nicola Alaimo), Amenofi (Eric Cutler, protagonista del dramma, ma con una vocalità belcantistica), Anaide (una superlativa ed intensa Anna Kashian), e l’appassionata Sinaide di Sonia Ganassi, sempre una fuoriclasse). Le danze firmate da Shen Wei, di astratta geometrica eleganza, erano perfettamente integrate nella regia di Pier’Alli. Stasera la prima - si spera con il pubblico vero dell'opera; si replica fino al 12 dicembre.