Muti , quante emozioni nella cattedrale di Trani

Alberto Cantù

da Trani

Il barocco di Vivaldi dove fanno a gara «armonia» (il retto comporre) e «invenzione» (l’estro bizzarro, vedi Le stagioni, nel nostro caso La tempesta di mare). Il classicismo di Mozart, che nella Sinfonia concertante per violino e viola - un po’ concerto solistico, un po’ sinfonia - trova da rabdomante la densità emotiva del Concerto per due violini di Bach (l’Adagio) e una luce affettuosa, i percorsi dell’anima tutti suoi. Il primo romanticismo di Franz Schubert e di una sinfonia, la Quarta, che un editore chiamò Tragica ma dove, salvo l’introduzione, è piuttosto il «patetico» a dominare: l’inquietudine mozartiana, le domande senza risposta e non la volitività di Beethoven.
Così, con un eclettico programma che copriva un secolo o poco meno, dall’inizio del Settecento ai primi dell’Ottocento, l’orchestra giovanile e tutta italiana «Cherubini» ha festeggiato ieri, con il suo Magister musicae Riccardo Muti, i trent’anni del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, in collaborazione con le Serate Musicali. Che stavolta ha fatto tappa a Trani, con il suo candido e ricchissimo centro storico in pietra trapanese, con un dedalo di stradine e vicoli dai palazzi barocchi dove perla tra le perle e sfocio sul mare è la cattedrale di San Nicola: un gotico specialissimo - la chiesa è a tre livelli dalla cripta all’infilata di trifore sotto il soffitto ligneo -, e un antico portale bizantino con trentadue formelle. Regina delle cattedrali cui fa da guardiano millenario il castello eretto da Federico II. E davanti, come dicevamo, il mare e il porto dove, come nella Terra trema di Visconti, al mattino si scarica il pescato in un contrappunto di dialetto stretto e forte, mentre dai «bracci» del porto, se è bel tempo come oggi, ecco spalancarsi la costa del Gargano.
Ottocentocinquanta posti in cattedrale, un megaschermo e 4mila sedie in piazza, ospiti illustri (Veronica Berlusconi, Fedele Confalonieri, Nichi Vendola, Giulia Maria Crespi, Susanna Agnelli) l’emozione di Muti nel tornare a casa sua (la famiglia è di Molfetta: un tiro di schioppo). Dove è accolto con quella scabra e pure intensa gratitudine che di questa gente senza fronzoli è propria.
Già a Piacenza, nel suo concerto d’esordio, la «Cherubini» aveva affrontato (e molto bene) Schubert: quello tardo e complesso dell’Incompiuta. Nel frattempo l’orchestra di giovani, dopo l’esperienza estiva di Ravenna e qualche tournée, è cresciuta a vista d’occhio, anzi d’orecchie. Non è affatto facile il primo Schubert della Tragica, eppure, complice la confidenza di Muti con l’area classico-romantica e il suo lavorare sodo, ecco da subito l’ampiezza del canto che si allarga inquietante senza perdere in nitidezza. Ecco, momento magico dell’esecuzione, un Andante tenero, struggente, senza sentimentalismi, metabolizzato al cento per cento. Appunto quel montaliano «male di vivere» la cui altra faccia è l’ansia, la concitazione quasi insostenibile che nel finale i giovani e il loro direttore catturano.
In apertura Vivaldi, risolto con bella, tradizionale eufonia, Paolo Taballione, mirabile flautista, Corrado Barbieri, saldo fagotto, e altre prime parti dell’orchestra: da Cortecci a Sarti alla Bellitto. Il brano risolto con più naturalezza e fluenza era però la mozartiana Sinfonia concertante. Merito di due prime parti della Scala: il violino limpido e pieno d’umanità di Francesco Manara e la viola intensa, varia nel fraseggio e nelle sottili sfumature di Simonide Braconi. Merito di un’orchestra da crescere con l’attenzione dovuta e per come risponde al respiro ampio, agli snodi flessuosi, alla volontà di bellezza assoluta nell’Andante che Muti chiede e ottiene.