Muti: «Vedo in giro troppa fretta Preferisco starmene in disparte»

Il maestro prepara un «Don Pasquale» per Ravenna

Lorenzo Arruga

da Ravenna

«È passato troppo velocemente». Riccardo Muti ha l'aria di confidarmi un segreto, anzi un mistero. «Troppo velocemente, il tempo. Ci troviamo ancora immersi nelle cose da compiere della nostra giovinezza, e siamo già pieni d'anni e costretti a interrogarci sulle nostre speranze lontane».
Allarga poco poco le braccia, con le mani appena aperte, come quando aspetta la complicità dei suoi strumentisti, perché solo così possono dare il suono giusto. «Credevamo di riuscire a portare un'evoluzione del mondo musicale, e forse del mondo. Contavamo che la meraviglia, la bellezza della musica, l'amore che chiede e ispira e che noi abbiamo dato con tanta felicità desse l'esempio d'armonia di cui la società, la storia, hanno bisogno. E ci guardiamo intorno e non è vero. Come trovare l'ottimismo, le ragioni, le energie per non sentirsi sconfitti?».
Sulle ragioni per combattere la buona causa della musica e della vita, però, non sembra avere problemi. L'ho appena visto ed ascoltato nella prima lettura con i cantanti giovanissimi del Don Pasquale, che qui a Piacenza e a Ravenna andrà in scena con l'Orchestra Cherubini in un’appendice invernale del Ravenna Festival. Ostentava pazienza tanto per non mettere soggezione, ma non c'era cosa della partitura che non l'accendesse. «Sentite la prima frase della sinfonia. Fa-fa-mi-mi-re-re-do-do-si-si-la-la-sol-sol... È un'opera che comincia con una risata». «Osservate i dettagli: è tutto calcolato. Un accento che non torna in una frase che si ripete non deve far pensare che sia una distrazione, deve far chiedere perché!... Voi due nel duetto d'amore, andate là e voltatemi le spalle, ché vi dovete abituare a sentire il direttore anche senza vederlo... sentire la corrente di musica, ma liberi, liberi!».
Sulle energie, poi... Due ore e un quarto filate, senza una pausetta, suggerendo, cantando, recitando. Eccita soprattutto Claudio Desderi, il baritono famoso che sarà protagonista. Ad esempio quando Don Pasquale non ne può più della sposina, Muti sbotta in un grido musicale Divoorzioo! Irresistibile a braccia alzate che fa sobbalzare anche sua moglie...
«Ecco», riflette più tardi, «ecco, forse l'ottimismo può nascere da qui, dai giovani musicisti che si dedicano con affetto, con fede, al loro mestiere e vorrebbero sempre di più». Ci conosciamo dal conservatorio, abbiamo riso, creduto e anche litigato insieme parlando delle cose del mondo. «Ma attorno! Che risposte ricevono, che esempi? Loro pensano: il mondo va come va, fra squilibri e tragedie, in mezzo alla stupidità, alle pretese di chi non ha incontrato la bellezza e la verità, ma noi siamo in un lavoro faticoso ma alla grande. E poi vanno in teatro e i dirigenti non si fanno vedere mai, perché sono occupati a cercare sponsor o a placare sindacati e magari tanto non sanno nemmeno la musica. Come fuori, tutto li spinge a far subito le cose, e in fretta. Sai che a Salisburgo un direttore oggi di moda non ha sentito il bisogno di fare le prove al pianoforte del Don Giovanni di Mozart? Ma è in quelle ore in cui il direttore studia i suoi cantanti che l'opera nasce, con la loro voce, la loro persona! Sai che in questi giorni si dà un Otello di Verdi ambientato su un ring, ed il protagonista legge il Financial Times? L'opera è appannaggio dell'effimero».
Ci guardiamo quasi sorpresi. Non ci è mai piaciuto rimpiangere il passato. Ma gli faccio rievocare i solisti che ha diretto, all'inizio della carriera e vengono fuori nomi sbalorditivi. I pianisti: Robert Casadesus, Richter, Arrau, Serkin; violinisti come Francescatti, violoncellisti come Tortelier e Fournier. E giovani come Dino Ciani... «Mi sono abituato subito a cercare la perfezione: tendere a quella, non dico trovarla. E a uno spirito signorile che i più grandi di loro avevano. Penso al tenore Tucker, che avevo convinto alla precisione della linea di canto, e che mi ringraziava se all'interno di quella trovavo il modo di lasciargli espandere qualche acuto dei suoi... Ora che posso scegliere le orchestre e i solisti in tutto il mondo, che fatica trovare le grandi compagnie».
A Chicago, a Parigi e a New York gli hanno chiesto di prendere la loro orchestra come direttore principale, ma non dirà di sì, almeno per ora. Anche sul ritorno da ospite a Milano c'è da aspettare. «Sono accadute tante cose, in questi anni, ho fatto lavorare tutti i giorni le orchestre a me affidate a costo di ripetere per trent'anni trenta cose, come diceva Karajan. Adesso voglio stare un po' in disparte. Sto bene qui, a pensare come e se si può fare qualcosa, sì che si può, per forza si deve potere». E che cosa? Trentasei anni fa a una domanda simile mi aveva risposto con sbrigativa cadenza alla napoletana: «Lavorare bene». E ora mi guarda con l'aria di confidarmi un segreto, forse un mistero, e in una meditativa cadenza alla napoletana mormora: «Lavorare bene».