Mutui, l'allarme di Draghi: "Situazione critica"

Il governatore di Bankitalia: "La situazione è peggiorata negli ultimi 10 giorni, nessuno può dire quanto durerà". L’instabilità dei mercati, gli alti prezzi del greggio e il crollo
dell’immobiliare Usa cancellano il cauto ottimismo espresso nelle
Considerazioni finali

Roma - Il clima economico globale è cambiato di colpo. E punta dritto verso il brutto. Mario Draghi lo dice senza tanti giri di parole. Fino a poche settimane fa s’era diffusa la convinzione di una «fragile stabilità» sui mercati; e un velato ottimismo faceva anche da sfondo alle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia. Oggi, anzi «nell’ultima settimana e mezza, la fragilità si è aggravata. La situazione è critica e nessuno può dire quanto durerà», dice il governatore.

Il giro di boa negativo degli ultimi dieci giorni è stato determinato soprattutto da tre elementi, commenta il numero uno di Bankitalia: l’instabilità dei mercati, il crollo del sistema immobiliare americano, i forti rincari dei prezzi del petrolio. «Negli ultimi mesi - ricorda - sono state fatte forti immissioni di capitali nel sistema bancario: circa 300 miliardi di dollari a fronte di svalutazioni per 400 miliardi di dollari». Un fenomeno che ha prodotto il calo del ricorso alla leva finanziaria. Ed erano calati i rischi di insolvenza». Ma da dieci giorni l’aria è tornata a farsi pesante.

Jean-Claude Trichet preferisce non rispondere a chi gli chiede cosa replica al presidente dell’Opec che accusa apertamente la politica monetaria della Banca centrale europea di essere responsabile delle alte quotazioni del mercato. Dapprima si schermisce: «siamo nel purdah period», una specie di periodo sabbatico che anticipa la decisione della Bce sui tassi, attesa per giovedì prossimo, e che obbliga i componenti del board al silenzio. Poi spiega che «i mercati si regolano da soli con la massima trasparenza e nella maniera più efficiente possibile». Ed aggiunge: «serve la massima responsabilità dei Paesi produttori a garantire l’approvvigionamento di petrolio e i Paesi consumatori a risparmiare energia».

Quasi a smentire le parole di Chakib Khelil. Il presidente dell’Opec ritiene che la politica degli alti tassi d’interesse, portata avanti da Francoforte, finisce per indebolire il dollaro; e a ogni svalutazione del biglietto americano, i Paesi produttori devono far fronte con un aumento delle quotazioni.

Secondo Joaquin Almunia, commissario europeo agli Affari economici, la Bce sta facendo un lavoro «molto difficile» a tenere sotto controllo le spinte inflazionistiche, determinate dall’aumento dei prezzi energetici ed alimentari. «In questa situazione, se le autorità monetarie non giocano un ruolo adeguato, le aspettative spingono l’inflazione verso l’alto». Ed oggi la corsa dei prezzi in Europa viaggia alla velocità del 3,4%: la più alta da 16 anni a questa parte.

All’incontro in Banca d’Italia, organizzato nell’ambito dei seminari fra le banche centrali europee e quelle asiatiche (è il quarto appuntamento, dopo Singapore, Francoforte e Sydney), è presente anche il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan. «L’inflazione - commenta - è sempre un fenomeno che riguarda la politica monetaria». E a proposito del cambio dello yuan, sostiene che la Cina «espanderà gradualmente la flessibilità» della divisa.
Una battuta la riserva anche al ruolo che i fondi sovrani (gestiti dalla Cic, Chinese investiment corporation) potranno avere nei capitali delle imprese occidentali e negli investimenti. «Non so se i fondi cinesi stanno prendendo in considerazione investimenti in Italia o in altri Paesi. Probabilmente stanno prendendo in considerazione un’ampia serie di opportunità».