MYUNG-WHUN CHUNG Imperatore della Filarmonica

Minuto, acuto, pacato, Myung-Whun Chung è uno dei direttori di riferimento della Filarmonica del nuovo corso. Con quell'orchestra vanta del resto anche un nutrito passato. Di recente, nel corso di una tournée a Berlino, ha infatti festeggiato i vent'anni di sodalizio e il concerto numero cinquanta.
Chung è un direttore per caso. In partenza, racconta, era e voleva essere un pianista. Al più un camerista, assieme ai fratelli. «Dirigere non è mai stato il mio sogno. La musica la fa chi la suona non chi fa suonare gli altri».
Ma il caso gli forza la mano. Nel conservatorio di New York, dove si perfeziona quindicenne, la direzione è una materia obbligatoria. E fatale si rivela soprattutto l'incontro avvenuto tre anni più tardi con Carlo Maria Giulini, direttore della Los Angeles Philharmonic.
Di Giulini Chung diventa prima assistente e quindi associato. E gli resta sempre legato dimostrando la sua gratitudine anche impaginando spesso programmi che gli sarebbero piaciuti. Fedele nella diversità: «Quando dopo dieci anni di vicinanza osai accostarmi al suo repertorio mi accorsi che la mia lettura era lontanissima dalla sua. La mia anima si esprimeva con un'altra voce».
Adesso Chung è alla Scala con Butterfly. Un'opera che esce dalla sue mani sussurrata e trasparente. Con una compostezza e una filigrana immota, assai più orientale di quando l'oriente ricreato e «teatralizzato» da Puccini chiederebbe.
Chung tiene a sottolineare la sua predilezione per il genere teatrale: «La musica è espressione e l'opera è espressione di parole». Una forma che tuttavia frequenta poco a causa dei condizionamenti impliciti in ogni allestimento. Il ragionamento è lo stesso che a suo tempo spinse Giulini a optare definitivamente per il repertorio sinfonico. Il nostro, strappato al pianismo dal podio e all'opera dall'ansia di perfezione, domani è il protagonista del nuovo appuntamento della stagione della Filarmonica della Scala.
Il concerto accosta il classicismo di Beethoven (Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra, Imperatore) al Novecento di Bartók (Concerto per orchestra). La grandiosità amplificata dall'impianto eroico del mi bemolle maggiore del quinto e ultimo concerto per pianoforte è affidata al giovane pianista russo Alexei Volodin, un allievo della Virsaldze che vola sotto l'ala protettrice di Valerij Gergev.
Il Concerto di Bartók, presentato a Boston nel 1944, stilizza il gioco solo-tutti del concerto grosso barocco e si impone per la matrice popolareggiante mai sottratta neppure alle pagine della maturità.