Né capofila nella guerra dell’olio

D'accordo, Asterix è solo un fumetto. Ma a Né - Val Graveglia - c'è chi è disposto alle dodici fatiche pur di difendere i propri olivicoltori dalle vessazioni del Ministero delle Politiche Agricole. Si chiama Marco Bertani ed è vice-sindaco del piccolo comune tigullino. È lui l'alfiere di una disputa che ha nella vendita diretta dell'olio il proprio oggetto di contesa. Che vede coalizzati tanti agricoltori del comprensorio chiavarese. E che, di fronte alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo, vivrà a breve il suo terzo round.
La questione nasce il 14 novembre 2003, quando l'allora Ministro Alemanno recepisce con decreto il regolamento CE n. 1019/2002 sulla commercializzazione dell'olio di oliva. «E ne stabilisce tassativamente la vendita - spiega Bertani - in recipienti preimballati, dalla capacità massima di 5 litri, ermeticamente chiusi ed etichettati secondo precise disposizioni». Uno schiaffo in piena regola alle consuetudini liguri. Al consumatore che si reca nei locali del suo produttore di fiducia, verifica personalmente la qualità dell'olio e procede all'acquisto in «dame», grossi recipienti di vetro riutilizzabili di anno in anno.
La tradizione soppiantata da dispendiosi impianti per imballaggi inquinanti ed etichettature. Dalla burocrazia. L'olio o le olive, in alternativa, preda di società commerciali che possono instaurare un regime di monopolio, con pregiudizio del prezzo corrisposto al produttore. Può il piccolo olivicoltore accettare tutto ciò e sopportarne i costi? «Evidentemente no - tuona il vice-sindaco di Né - ed è per questo che, nel 2004, come comune abbiamo ricorso al Tar Liguria. Vincendo e ottenendo il plauso di tante altre realtà agricole della penisola, dalla Toscana alla Puglia». Poteva essere un lieto fine, ma non per il Ministero. Che, senza indugio, ha contrattaccato rivolgendosi al Consiglio di Stato e incassando, il 7 settembre scorso, un successo pesantissimo. Tradottosi nell'imposizione delle dure condizioni previste da un decreto relativo alle sanzioni pecuniare: sino a 3500 euro per frode. Altrove, forse, avrebbero gettato la spugna. Ma già gli antichi romani avevano dovuto prendere atto che i liguri erano fatti a immagine delle loro montagne. «Andremo fino in fondo, nonostante l'onere finanziario e le difficoltà politiche. Stiamo per presentare ricorso alla Commissione di Giustizia Europea, perché siamo convinti che lo Stato italiano abbia recepito troppo restrittivamente la direttiva, non distinguendo fra vendita al dettaglio e vendita diretta. Sia chiaro: non mettiamo in discussione tutto l'impianto del decreto, ma solo questo punto. Una nostra sconfitta equivarrebbe all'abbandono del territorio da parte degli olivicoltori, con immaginabili ripercussioni sulla sua tutela. E significherebbe la fine di un importante flusso turistico nell'entroterra». In quanti sono decisi a scendere in campo a Strasburgo? Né e i coltivatori del Tigullio potranno contare sull'appoggio dei Comuni di Moneglia, Borzonasca e Lavagna, delle comunità montane della Val Petronio, dell'Aveto-Graveglia-Sturla e dell'associazione Liguria Biologica. Da parte di Regione e Provincia, invece, un «rumoroso» silenzio nonostante un sollecito di interessamento attraverso missiva datata 6 dicembre. Lo stesso malaugurante silenzio mantenuto dall'attuale Ministro del governo Prodi, Paolo De Castro.