Né coca, né trans. Confesso: sono normale

Non è mai facile uscire allo scoperto, superando imbarazzi e vergogne, ma qualcuno prima o poi deve pur farlo. Mi offro volontario, consapevole di quello che mi aspetta e pronto a subirne le conseguenze. Spero almeno che il mio outing serva ad altra gente nelle mie stesse condizioni, costretta a vivere nell’ombra e nel silenzio, completamente emarginata dalla cultura egemone di questo momento storico. Sì, sono stanco di nascondermi: costi quel che costi, voglio qui dichiarare pubblicamente la mia normalità. So di essere un diverso, ma non posso più farmene una colpa. Che cosa facciamo di male, io e quelli nelle mie condizioni? Chiaramente ci rendiamo conto di condurre un’esistenza contro natura. Ma questa è la nostra dimensione, non possiamo continuamente sentirci fuori posto e fuori luogo. Spero d’essere creduto: non è facile la vita del normale. Ogni giorno, dobbiamo fare i conti con una realtà esterna che ci mortifica e ci umilia. Sui quotidiani e sui settimanali, sulle televisioni e su Internet, dominano ovunque i modelli guida di questa società: gay, transessuali, prostitute d’alto bordo, sniffatori più o meno pentiti di cocaina, antiproibizionisti che difendono l’importanza dello spinello libero.
A noi non resta che abbassare lo sguardo e chiuderci nelle nostre colpe. Ma è tempo di reagire. Di alzare la voce. Il mio outing comincia da qui, senza remore e senza omissioni. Comincio dal punto più scabroso: lo confesso, non sono gay. Mi piacciono le donne. Da ragazzo me ne piacevano tante, con qualcuna mi sono fidanzato, alla fine ho sposato la migliore di tutte e ancora oggi, dopo tanti anni, resto della stessa idea. Lo so che posso passare per trasgressivo, lo so di sollevare il biasimo del conformismo sociale, ma in sede di outing non posso nascondere nessuna delle mie perversioni. Dunque, procedo col resto. Non vado abitualmente con i trans, e la cosa più grave è che non ci sono andato nemmeno una volta. Non ho mai partecipato a festini con calciatori e veline, addirittura non ho la minima intenzione di parteciparvi. Di più. Non tiro cocaina. La cocaina mi mette una tremenda paura, perché ho visto con i miei occhi come si sono ridotte alcune persone a me care, tanto da farmi concludere che il vero nemico dell’Occidente non sia Al Qaida, ma proprio la polvere banca. Mi sento a disagio, ma questa è la semplicissima verità. E quando in televisione o a cena qualcuno chiede scocciato «via, chi è che non ha mai fumato uno spinello, da ragazzo», ecco, quello è uno dei momenti più difficili, perché io non ho mai fumato uno spinello, nemmeno da ragazzo, ed è terribilmente doloroso doverlo ammettere in pubblico.
Vado avanti: voglio dire tutto, una volta per tutte. Negli anni, la mia diversità mi ha obbligato a una vita molto particolare. Io e i miei consimili di giorno lavoriamo, poi però alla sera siamo felici di tornare normalmente nella nostra casa. Pensiamo al domani dei nostri figli. Cerchiamo di rendere meno triste il finale dei nostri anziani. Nel tempo libero liberiamo le nostre fantasie malate, giocando a calcetto o scalando il Pordoi in bicicletta. Qualcuno va addirittura a pescare cavedani. E mentre tutti cominciano all’happy-hour la magica corsa verso la notte alcolica, noi sguazziamo nella miseria di un bicchiere a pasto, però di quello buono. Facciamo di peggio: la domenica, andiamo pure a messa...
Con l’aria che tira, si capirà, la nostra esistenza si sta facendo insostenibile. Nessuno ci considera, nessuno ci ascolta. Siamo ghettizzati e derisi. Quando va bene, facciamo pena. Sarebbe il caso di organizzarci, di ribellarci, di pretendere il rispetto della nostra dignità di diversi. Ma personalmente so che non possiamo cullare troppe illusioni. Spero almeno che il ministro per le Pari opportunità, la signora Carfagna, voglia tenere conto anche delle nostre. Sì, vorremmo avere pure noi pari opportunità, ogni tanto.
Certo, se avessimo più coraggio, potremmo uscire dal guscio, liberarci dei sensi di colpa e finalmente urlare in piazza i nostri diritti. Potremmo organizzare una giornata particolare, la giornata del «normal pride», sfilando per le strade di Roma nei nostri mocassini e con la beretta di lana in testa, ma temo che il mondo là fuori ci denigrerebbe pesantemente, screditandoci con le solite accuse di banalità e di grigiore. Sprezzanti, lo chiamerebbero subito «grey pride».
No, inutile farsi illusioni. Siamo i nuovi mostri e ci aspettano tempi sempre più difficili. Per questo, comprendo benissimo chi se ne sta rinchiuso e nascosto nella propria vergogna. Capisco persino quelli che spesso, fuori di casa, si mimetizzano con qualche vestito eccentrico, qualche impegno mondano, qualche film e qualche libro scandaloso: c’è chi non regge il peso della propria condizione e si costruisce una seconda vita di copertura. Io non ce la faccio, preferisco dichiarare al mondo la mia diversità. Ma umanamente li capisco, questi normali travestiti.
La verità è che le nostre speranze in una società tollerante vanno progressivamente riducendosi a zero. Il normale è condannato a un ruolo marginale. Ad essere isolato. Non ci vogliono nei talk-show televisivi, non parlano di noi al telegiornale, registi e scrittori ci ignorano schifati. Tutto sommato vanno pure capiti: serve un certo coraggio per spingersi in un mondo trasgressivo come il nostro. Così, dobbiamo farcene una ragione. Dopo aver espresso il malessere e il disagio, bisogna tornare mestamente nella nostra riserva indiana. Anche perché c’è un Paese da mandare avanti.