Né di destra né di sinistra La caccia è solo in declino

Mentre leggevo le interessanti considerazioni di Valerio Carrara e Livio Caputo sull’intrigante domanda posta dal Giornale, ovvero se la caccia fosse di destra o di sinistra, chissà perché, mi fischiavano le orecchie. Per interrompere il fastidioso acufene ho messo mano alla penna. Dunque, il tutto nasce da un’intervista al ministro Michela Brambilla che, sul Giornale ha affermato: «Il Pdl non è più il partito delle doppiette». Avesse detto a Floris che aveva in animo di sostituire l'inno di Mameli con Bella Ciao si sarebbe attirata meno antipatie e meno contumelie dal mondo dei seguaci di Diana del Pdl.
Premetto di essere eticamente contrario alla caccia, perché il fucile (oltre a cani, richiami, appostamenti fissi e mobili ecc.), «gioca» contro chi ha solo un’arma a sua difesa: darsela a zampe o ad ali. Insomma, scappare.
Dice bene Carrara quando chiarisce che la caccia non è uno sport. Se lo sport infatti si basa su analoghe possibilità di vincere per i contendenti, allora la caccia ne è la negazione. Poi, anche all’interno dell’attività venatoria esistono diverse varianti, alcune più odiose e vili di altre, a mio parere. Mettersi dentro una «botte» (dotata di frigobar e stufa) con i richiami vivi che invitano i fratelli in volo a posarsi nell'acqua e sparare, mimetizzati da frasche, a uccelli che hanno percorso migliaia di chilometri per svernare è un delitto, così come usare le allodole chiuse in gabbia o le civette sul palo per richiamare a tiro uccelletti che pesano meno della rosa di pallini, è un’infamia. E sfido chiunque al sostegno ragionato e ragionevole della caccia agli uccelli migratori, già decimati da intemperie, cambiamenti climatici e inquinamento ambientale. Tutt’altra storia per chi se ne va solitario con il cane e il fucile, magari a un colpo solo (ricordate De Niro e il cervo ne Il Cacciatore?), alla cerca della beccaccia, il re del sottobosco, il cui volo, sinuoso e improvviso, è un vero cimento per il miglior tiratore. Leggete Silvio Spanò, a riguardo, maestro di caccia che contrasto ma ammiro.
La caccia è dei contadini e dei «compagni» dell’Emilia e della Toscana, scrive Caputo. Ma quando mai? Visto che vivo in una città dell’Emilia, nella cui provincia esiste un comune (Cavriago) dove i cittadini si tengono cara l’unica statua pubblica di Lenin al mondo, posso garantire che, fuori da questo folclore, i giovani emiliani amano più l’happy hour e il letto (soli o ben accompagnati) che l’alba, i rovi e il fucile. Quanto agli anziani, erano «compagni» un tempo, quando facevano gli operai in fonderia e già allora, mostravano maggiore inclinazione per il divano che per la levataccia dopo una notte di smanie passata a sognare lepri e fagiani. Ora poi, proprietari della fabbrichetta con dieci dipendenti, girano in Bmw, e passano più tempo a bestemmiare contro i sindacati che a lucidare il fucile col grasso.
L’attività venatoria, a parte quella di chi aveva fame, storicamente appartiene più alle classi agiate, nobili o borghesi. Da Boccaccio a Dumas, da Federico di Svevia a Carlo d’Inghilterra, da Puccini a Rigoni Stern, da Coppi a Baggio, da Hemingway a Montanelli, la caccia è sempre stata più roba da «siuri» che da minatori. Quanto ha detto il ministro dunque ha un fondo di verità, ma l’importante è che la caccia sia in declino di qui o di là. E adesso sparate. Io sto già scappando.