Né fiori, né urla: è il congresso della sobrietà

Addio ai meeting concitati da prima Repubblica. Sul palco neppure una
bandiera. E sui video scorrono le bellezze d’Italia. In sala il partito dei moderati: mano sul cuore all’Inno di Mameli. <strong><a href="/a.pic1?ID=339521">I nuovi peones</a></strong>. L'esperto: <strong><a href="/a.pic1?ID=339526">&quot;Un taglio col passato&quot;</a></strong>. La platea vip: <strong><a href="/a.pic1?ID=339520">Bossi in prima fila</a></strong>

Roma - Il ventre del padiglione numero otto della fiera di Roma che partorisce il nuovo partito è una zampogna che fin dalla mattina accoglie delegati, invitati, militanti. La pancia della grande cerimonia berlusconiana si gonfia a dismisura e somiglia a un formicaio: tutti lì, a premere per entrare e sentire il leader per il primo grande giorno di festa. Non ci sono bandiere di partito, non si vedono stendardi del passato né simboli di un orgoglio di parte. Non si scorgono spillette sui baveri delle giacche, né foulard legati al collo. Non ci sono nemmeno divise, nulla. Il Popolo della libertà ha già voltato pagina, ha già lasciato nel cassetto dei ricordi qualsiasi richiamo allo ieri.

Oggi è un’altra storia, oggi è un nuovo inizio, oggi è già domani.
Spariti gli ex azzurri, scomparsi gli ex aennini: la fiera si gonfia di moderati, punto e basta. Nemmeno un tricolore sventola in sala: nulla. È come ritrovarsi in un teatro, piuttosto che in uno stadio. Non ci si sente in una curva ma in un foyer. Schiere di mastodontici bodyguard con camicie bianche e nodi delle cravatte grandi come palle da tennis indirizzano le formichine ai propri posti, con un’attenzione all’ordine quasi maniacale: lei sì, lei no. Tutto previsto: gli invitati di qua, i delegati di là, i giornalisti dall’altra parte. Gestire il formicaio non è semplice ma alla fine tutto fila liscio e ogni formichina trova posto.

Pare che Berlusconi in persona abbia voluto così, concordando anche le virgole con il suo architetto di fiducia, Mario Catalano. L’evento può iniziare: nessuna pacchianeria, nessun elemento kitsch, nessuna coreografia da curva sud. Le dimensioni del palco, quelle sì, sono impressionanti: 600 metri quadrati con al centro il leggio. Fine. Non ci sono simboli, men che meno orpelli. Ma neppure un fiore. E la gente seduta, attenta, composta. Assenti gli eccessi dei vecchi congressi politici della prima Repubblica e gli sventolii celebrativi degli appuntamenti più recenti. Sobrietà anche a livello cromatico. I colori predominanti sono il bianco e l’azzurro: soltanto un mega palco color latte e sullo sfondo due colossali maxi schermi da 580 metri quadrati. Tutti devono vedere, tutti devono sentire, tutti devono sentirsi partecipi dello spettacolo.

E lo spettacolo inizia quando al microfono si avvicina la madrina dell’evento, la baby onorevole Annagrazia Calabria, gonna nera e giacca bianca che più bianco non si può. Le trema la voce perché tocca a lei dare il via e guidare lo storico congresso, dopo le note dell’Inno alla gioia di Beethoven. Poi è la volta di Fratelli d’Italia, vera e propria molla della platea: tutti scattano in piedi con la mano sul cuore. Scattano i flash dei telefonini e delle macchine fotografiche digitali per immortalare la scena. La gente non urla: applaude. Il Popolo della libertà non si agita: si commuove. Sul megaschermo passano le immagini simbolo dell’Italia, bellezze paesaggistiche ma non solo: Portofino, le cime innevate delle Alpi, il Colosseo ma anche il lavoro di un artigiano, le tradizioni, le tazzine da caffè. Sapori e odori nostri. Con teutonica compostezza la platea aspetta il pezzo forte, il leader. Sulla testa dei presenti volteggia un mega braccio meccanico la cui mano è una telecamera che riprende e rimanda ciò che vede sulle tre tv giganti alle spalle del podio dell’oratore di turno.

Nel nuovo grande simbolo del Pdl, dove c’è scritto soltanto «Il popolo della libertà», il nome di Berlusconi è scomparso ma non importa. Il leader è lui e il primo sussulto la platea ce l’ha quando il premier fa il suo ingresso in sala: «Sil-vio, Sil-vio, Sil-vio». Ma il coro si strozza subito in gola: a teatro non si canta, si bisbiglia.