Né con il petrolio né col carbone Marrazzo sceglie la follia del gas

Centrale Enel di Civitavecchia: nello scontro tra gli attivisti «No coke» e gli operai, la Regione Lazio s’inventa un’anti-economica terza via

Guido Mattioni

A dispetto di quanto strilla, ha spesso un volto anonimo l'Italia che grida «No». No a tutto, pur se in modo incoerente: alle nuove autostrade, ma anche ai binari per ridurre il traffico su gomma; alle discariche quanto agli inceneritori che potrebbero farle chiudere; al nucleare come alle pale per catturare l'energia del vento. Per dirla con quel Manzoni «autor di un romanzetto dove si parla di promessi sposi», quella stessa Italia ha però dalla sua il «corpaccio», ovvero la folla. Che quando si mette di traverso - volto anonimo oppure no - finisce per contare. E per pesare. Lasciando spesso nell'imbarazzo anche parte di quella sinistra che ha scelto movimentisti, ecologisti e tutti gli altri possibili «isti» come compagni di strada. Anche elettorali.
Succede in questi giorni a Torino, con la contestazione alle Olimpiadi. Ma succede da anni in ogni angolo del Paese, ovunque si cerchi di «fare», di risolvere problemi urgenti. Succede, per esempio, a Civitavecchia, dove la riconversione dei vecchi quattro bruciatori a olio dell'Enel in tre impianti a carbone pulito tiene banco dal 24 dicembre 2003, da quando l'allora ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano, firmò il decreto che autorizzava la trasformazione della centrale laziale, sita a Torre Valdaliga Nord.
La vicenda, dopo essere stata un'efficace arma elettorale - con tanto di solenni promesse di militanza anticarbonifera - del presidente della Regione Piero Marrazzo, ora gli si sta ritorcendo contro. Costringendolo prima a schierarsi contro il partito del No, definendo ormai irreversibili i lavori di riconversione a carbone, attirandosi così addosso gli strali degli oppositori. E solo pochi giorni dopo, proprio ieri, nel tentativo di metterci un «tacon» migliore del «buso», sposando invece la scelta del gas sia per il futuro della centrale di Civitavecchia sia per quello dell'impianto di Montalto. Una «veronica» ideologica che Marrazzo motiva con «la necessità di differenziare, attraverso l'uso delle migliori tecnologie, le fonti energetiche di approvvigionamento, in modo da avere energia a basso costo per le esigenze delle piccole e medie imprese e per l'uso domestico e al fine di sviluppare politiche di riduzione tariffaria». Ma allora, che ne sarà adesso di quei lavori che pochi giorni fa Marrazzo aveva definito irreversibili in quanto ormai in fase molto avanzata? Insomma, si decida. Ma andiamo con ordine. Ricordando anzitutto come quella di Civitavecchia sia la prima e più importante tra le centrali da riconvertire nell'ambito del più generale piano di repowering dell'Enel. Un impegno strategico da portare a termine entro il 2010 con un investimento complessivo di 7 miliardi di euro. Un passo necessario quanto meno per alleggerire la dipendenza dal petrolio. Tenendo conto che, stante il rifiuto al nucleare e il conseguente sbilanciamento su olio e gas del mix energetico italiano, la nostra unica alternativa, il nostro «atomo», non può che essere il carbone. Combustibile che, grazie alle nuove tecnologie, consente da un lato una resa del 45% rispetto al 38% dei bruciatori a olio (producendo quindi la stessa energia, ma con minor consumo di combustibile) e dall'altro un taglio drastico alle emissioni nocive. Nel dettaglio, l'anidride solforosa si riduce dell'82,2%, gli ossidi di azoto del 60,8%, le polveri dell'82,3%. Quanto all'anidride carbonica, che tuttavia non è un inquinante (anche se concorre a creare il buco nell'ozono), il taglio è del 17,8%. Una convenienza economica ed ecologica, rispetto alle obsolete caldaie a olio, riconosciuta del resto in modo bipartisan. Lo si è visto nella recente crisi del gas russo, quando per far fronte alla parziale chiusura dei rubinetti, è stato giocoforza far funzionare per un periodo di tempo limitato le centrali a olio. Un'emergenza che ha costretto l'attuale ministro alle Attività produttive, Claudio Scajola, a rassicurare i governatori regionali interessati dal provvedimento, fossero di centrodestra o di centrosinistra. E che la duplice convenienza ci sia, è dimostrato del resto anche dal fatto che il progetto di riconversione della centrale laziale sia passato indenne attraverso l'intero iter autorizzativo, comprese le estenuanti forche caudine della Conferenza dei servizi, con l'ok di tutte le amministrazioni locali interessate. Non solo: per ben quattro volte - l'ultima il 6 settembre dello scorso anno - il Tar del Lazio ha respinto i ricorsi degli ecologisti. I quali, esperite le vie burocratiche, hanno portato come al solito la protesta in strada, con una serie di manifestazioni e blocchi stradali, con disagi e code. Più una, di coda, di genere esplosivo, nella notte del 6 febbraio scorso: una bomba carta contro gli uffici di Enel Distribuzione di via Traiana, a Civitavecchia. Un botto che aveva costretto il presidente Marrazzo a stigmatizzare l'episodio e ad affermare inoltre che l'ordinanza di sospensiva ai lavori della centrale - ingiuntagli dai manifestanti - «non è nei miei poteri in quanto il percorso è già molto avanzato». E almeno su questo aveva ragione. L'Enel, infatti, ha già demolito la vecchia centrale e completato le fondamenta per due dei tre nuovi bruciatori con una spesa di 1 miliardo di euro sugli 1,5 miliardi di investimento totale. E ora l’azienda elettrica dice: «È a rischio la sicurezza e la competitività del sistema elettrico». È, insomma, un guaio.
La risposta di Marrazzo era stata accolta con evidente irritazione, mista a sarcasmo, dai cosiddetti Nocoke, come si sono battezzati gli oppositori del carbone. «La prima domanda che ci sorge spontanea - si legge sul loro sito (www.nocoke.org) - è: «Ma allora perché staremmo qui a rivolgerci alla sua giunta in Regione?» E la seconda domanda - subito appresso - è ancora peggiore: «Ma allora, che cosa viene sbandierato nel programma elettorale?». E anche qui - come dar loro torto? - la risposta toccherà a Marrazzo. Intanto, una risposta chiara e forte, in difesa di 2.500 posti di lavoro, l'hanno data 2mila dipendenti delle piccole aziende impegnate nelle commesse per riconvertire la centrale. Accanto a loro, in piazza, in una manifestazione che non ha ricevuto alcuna benedizione sindacale, oltre ai dipendenti locali dell'Enel, circa 300, sono scesi anche i loro datori di lavoro.
Imprenditori e operai dalla stessa parte - quasi una bestemmia! - il che spiega da solo la latitanza della triplice. E poche ore dopo, proprio quella stessa notte, lo scoppio della bomba. Il che spiega molte altre cose. Le solite, purtroppo.