Né in piazza né con Prodi la strategia dell’ambiguità

Gianni Baget Bozzo

Pierferdinando Casini ha detto che la Casa delle libertà è finita; si potrebbe così dire che Casini si situa nel «Paese di mezzo» evocato da Marco Follini. Parafrasando uno slogan dell'ancien régime, si potrebbe dire che è Follini che traccia il solco ma è Casini che lo difende. Ma il leader Udc si dichiara, come del resto Follini, contrario al governo Prodi e alla sua maggioranza. E invoca un governo in cui avvenga la rottura tra la sinistra riformista e antagonista.
Non vi è dubbio che la rottura tra D'Alema e Bertinotti avrebbe un significato politico sostanziale, potrebbe forse dare qualche possibilità al futuribile partito democratico perché accettare di avere un nemico a sinistra sarebbe la definitiva rottura del gruppo dirigente del Ds con una tradizione, così essenziale per il Pci, di non riconoscere un nemico a sinistra.
Non pare però che ci sia l'intenzione del leader di Forza Italia di avversare questa frattura a sinistra così politicamente significativa: si è persino detto disposto all'impegno di Forza Italia al governo di transizione e della sua stessa persona come ministro del programma. Berlusconi non ha posto la sua leadership come condizione dell'impegno di Forza Italia al governo senza la sinistra antagonista. E quindi la differenza politica nella Casa delle libertà non esiste. Casini può avere una iniziativa propria contro il governo Prodi anche se rimane all'interno della Casa delle libertà. Forza Italia non propone ora alcun problema di scelta di leadership, ma chiede la fedeltà al blocco dei valori liberali, nazionali e cattolici che costituiscono il centrodestra come unità politica. Casini dovrà pur porsi la domanda: cosa è l'Udc? Berlusconi ha creato il centrodestra in Italia, e quindi la destra.
Può Casini definire l'alleanza con Berlusconi come una convergenza elettorale e non come unità politica? L'Udc ha in sé l'identità di un partito che non è di sinistra per cultura e non solo per opportunità?
Non è un buon segno che Casini definisca come «populista» la manifestazione di Milano promossa da Berlusconi e da Fini e faccia consistere come differenza tale da avere valore politico il manifestare all'aperto o al chiuso, in una piazza o in un cinema. Populismo è una parola usata dalla sinistra per indicare come parafascista («peronista») una forza della destra: perché usare questo linguaggio per bollare la manifestazione di Milano a cui prevede saranno presenti esponenti e simpatizzanti del suo stesso partito? La piazza in Italia è stata usata dalla sinistra in modo violento molte volte: e la piazza può occupare le strade, le autostrade, gli aeroporti. È usata dalla sinistra non come espressione di sentimenti, ma come la delegittimazione dell'avversario in quanto parafascista o reazionario. Può il leader dell'Udc usare il linguaggio che la sinistra usa per delegittimare la destra? Questa ambiguità non giova né al centrodestra né all'Udc perché legittima nell'elettore il sentimento di sospetto o quello di complicità. L'elettorato dell'Udc non voterebbe quel partito se la sua solitudine fosse connessa a una posizione verso la sinistra diversa da quella di Berlusconi e di Fini. È impossibile chiedere ai postdemocristiani dell'Udc che cosa sono veramente? Dei nostalgici del «centro che guarda a sinistra» (frase di De Gasperi, cioè uno dei maggiori anticomunisti della Repubblica) o vogliono dare le loro parole a un centrodestra liberale, cattolico e nazionale?
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