NABOKOV Il dolce sosia della libertà

Torna in libreria «Disperazione», tra i romanzi più belli dello scrittore russo. Protagonista un industriale tedesco che, a Praga per affari, incontra in un vagabondo quello che crede essere un altro se stesso

Triste, vitale e tenero, lo sguardo di Nabokov sui suoi personaggi è simile a quello di un dio che osservi con quanta infinita bravura gli uomini utilizzino la menzogna per cacciarsi nei guai, ma anche per guadagnarsi l’immortalità.
Durante una limpida e ventosa giornata di maggio - «increspata da piccoli fremiti come quelli che corrono lungo il mantello di un cavallo» - l’industriale della cioccolata Hermann Karlovic, a Praga per affari, passeggia su una collina alla periferia della città. Incontra un uomo sdraiato sull’erba, berretto sulla faccia. Allampanato, sporco, barba di tre giorni. Non fosse per l’abbigliamento, all’industriale parrebbe di guardarsi allo specchio. Il vagabondo Felix è il suo sosia perfetto. «Due, ma con una faccia sola», racconta Hermann. In modo oscuro, pure in preda allo sconvolgimento interiore, sente dilagare nella mente l’ombra di un piano criminale. Tanto da domandarsi: «Il fatto che due persone si somiglino come due gocce di sangue è già un delitto di per sé?».
Una sigaretta offerta, e Hermann con poco sforzo riesce a farsi dare da Felix un indirizzo di fortuna dove poterlo rintracciare. Poi, torna a Berlino da Lydia, moglie eccitante, bassa e tonda cui racconta sfilze di fandonie. Con lei, comincia ad avere rapporti sessuali all’insegna della dissociazione voyeuristica: «Alla fine mi ritrovai seduto in salotto, mentre facevo l’amore in camera da letto». Fino a quando, «una sera di aprile, con le arpe della pioggia che gorgogliavano afrodisiache nell’orchestra, mentre sedevo alla distanza massima di quindici file e mi preparavo ad assistere a uno spettacolo particolarmente buono - che per la verità era già cominciato, con il mio io recitante in forma strepitosa e all’apice della creatività - da quel letto laggiù, dove credevo di trovarmi, mi giunse uno sbadiglio e la stupida voce di Lydia...».
È l’inizio della noia, segnalata dal sensibile barometro del sesso e anticipata da sardoniche descrizioni della vita di coppia. Ma è anche inquietante segnale di fantasia autarchica. Gli affari prendono ad andare male. La produzione di cioccolata non è più al centro degli interessi di Hermann, che «non per avidità mercenaria, ma per il desiderio di migliorare la mia condizione» rintraccia Felix, dopo aver contratto un’ingente assicurazione sulla vita. Le manovre di Hermann per convincere il vagabondo a indossare i suoi vestiti sono lunghe e virtuosistiche, animate da allucinato entusiasmo, quello di un giocatore che sta puntando tutto quel che ha su un numero sognato per caso. Hermann mette tutto se stesso nelle parole, e con che talento: sebbene alla fine basterà «comprare» il barbone, sventolandogli sotto il naso una banconota. Felix si presterà mugugnando a una truffa di cui non sa di essere la principale vittima.
Hermann incarna il nichilismo del Novecento infervorato di sé: «L’inesistenza di Dio è facile da provare. Inconcepibile che un Jahvé che si rispetti, infinitamente saggio e onnipotente, possa sprecare il suo tempo baloccandosi senza costrutto con degli omuncoli... senza mai - mai, badate! - mostrare il proprio volto, concedendosi soltanto sbirciatine furtive e circonlocuzioni, e lo spregevole sussurro (rivelazioni, come no!) di discutibili verità dietro le pie spalle di qualche mite isterico». E ancora: «Non mi fido di niente e di nessuno - e quando l’essere che ho amato di più a questo mondo mi verrà incontro nell’altro... io lancerò un urlo di puro raccapriccio, e cadrò lungo disteso sul tappeto erboso del Paradiso, contorcendomi...». Di contro, crede nel comunismo, ma con accenti che lo tradiscono: «Il comunismo saprà davvero creare un mondo mirabilmente equo di robusti individui tutti uguali, larghi di spalle e microcefali; e che un atteggiamento ostile verso di esso è insieme puerile e preconcetto, in quanto mi fa venire in mente la faccia di mia moglie - narici affilate e sopracciglio inarcato (l’idea puerile di una vamp) - ogni volta che si guarda allo specchio».
Sarà questa illusione di uguaglianza - in senso letterale e metaforico - a tradirlo. Una notte di marzo in un bosco tenebroso, dopo mille affanni, Hermann spara in mezzo alle spalle di Felix, che indossa i suoi abiti: «In quel momento, quando ogni fattezza necessaria si fissò e si irrigidì una volta per tutte, la nostra somiglianza fu tale che davvero non avrei saputo dire chi fosse stato ucciso, se lui o io». La polizia inizia le indagini sulla morte dell’imprenditore Hermann Karlovic, mentre Lydia, istruita dal marito, dovrebbe incassare i soldi dell’assicurazione. L’assassino non ha dubbi circa il farla franca: «Se l’atto è pianificato e realizzato come si deve, allora la forza della creazione artistica è tale che quand’anche il criminale andasse a costituirsi la mattina dopo nessuno gli crederebbe, giacché l’invenzione artistica contiene ben più verità intrinseca della vita reale...».
Ma Nabokov non ha mai perdonato la mediocrità in arte. Grazie a un dettaglio minimo la polizia arriva a Hermann, proprio mentre questi - resosi conto da solo della propria imperdonabile disattenzione - termina di scrivere le sue memorie, cioè il libro di cui abbiamo raccontato la trama: «e con una matita spuntata che urlava di dolore, rapidamente sulla prima pagina della mia opera scrissi a chiare lettere: Disperazione, inutile cercare un titolo migliore».
Riproposto ora da Adelphi in una nuova traduzione (di Davide Tortorella, pagg. 232, euro 18, in libreria tra pochi giorni), Disperazione è uno dei romanzi più diretti di Nabokov. Quasi un giallo, impreziosito dalle atmosfere della Berlino degli emigrati russi e da uno stile scintillante, ricco di elaborate simmetrie. Nonostante l’autore trovasse il tema del Doppelgänger di una «noia terribile», è riuscito a infondervi nuova poesia, mentre allo stesso tempo ne scriveva l’epitaffio sarcastico. Disperazione (il titolo russo Otcajanie è «ululato di ben altra sonorità») rimane libro «senza critiche di carattere sociale da trasmettere, né messaggi stretti tra i denti da riportare», nonostante sia stato scritto nel 1932, nell’epicentro di un’imminente barbarie. Quarantacinque anni dopo, Fassbinder ne trarrà un film sceneggiato da Tom Stoppard e interpretato da Dirk Bogarde, Andrea Ferreol e Ingrid Caven. Era il 1977, la Germania era di nuovo scossa da un’ondata di violenza: l’uccisione dell’industriale Schleyer, il dirottamento di un Boeing della Lufthansa a Mogadiscio, la morte in carcere dei terroristi della Baader-Meinhof. Tutto, ancora una volta, in nome di verbosi concetti solenni, gli stessi che Nabokov detestava, ben sapendo dove conducevano. Tanto da far dire a Hermann: «Potrei arrivare fino a Leibniz o a Shakespeare e ucciderli, e nessuno mi torcerà un capello, dato che è impossibile stabilire il punto esatto, il limite oltre il quale il sofista si caccia nei guai».