Nadal, signore della terra: «Gioco come un torero»

«Quando sono in partita mi sento in un’arena: devo matare il toro. È un duello all’ultimo sangue: se vinco sopravvivo, altrimenti...»

Davide Tieghi

Cosa potrebbe succedere a un fresco diciannovenne, se in un solo giorno diventasse uno degli eroi di Spagna, una furia rossa protagonista del tennis mondiale? Rafael Nadal, «el ciclòn de Manacor», è diventato il signore della terra. Otto tornei vinti consecutivi, stracciato il record di Thomas Muster. E dopo la lunga rincorsa, Rafa ha deciso di riposarsi. Sembra non dare peso alla lunga serie di primati fin qui bruciati. Con il suo look che fa a pugni con la tradizione – maglia smanicata verde shock e bermuda da pinocchietto – sembra infischiarsene del momento d’oro, come se vincere fosse del tutto normale.
Ora non la chiameremo più El ciclòn de Manacor, bensì l’Emperador de Manacor, visto che è il despota del tennis mondiale...
«Vincere otto tornei sulla terra, fra i quali Roma e Parigi, non è cosa da tutti i giorni. Ho solo diciannove anni e vorrei continuare a essere me stesso senza cambiare, affrontando la vita con umiltà. È un’arma vincente».
Talmente vincente che Mats Wilander l’ha paragonata a un certo Björn Borg.
«Mats è stato troppo generoso, è un paragone impossibile. Forse qualcuno non si ricorda cosa ha rappresentato Borg per la storia del tennis. Il mio obiettivo principale è solo quello di migliorare il mio gioco; i bilanci, poi, si faranno a fine carriera».
Dopo questa rincorsa lei si volta e vede, lontano, Carlos Moya. L’avrebbe mai detto che un giorno la leadership del «fratello maggiore» sarebbe stata sbriciolata?
«Il mio obiettivo era quello di arrivare il più avanti possibile. Certo, non avrei mai pensato che in così poco tempo la mia carriera subisse un’impennata del genere. A Carlos voglio bene. Era il 1998 e mi trovavo a Stoccarda per i campionati europei di categoria, quando, accompagnato da mio zio Toni, andai a far visita a Carlos, alla vigilia del suo match con Boris Becker nel Master. Lo vidi allenarsi e mi impressionò il suo modo di giocare. Alla fine ebbi l’occasione di stringergli la mano; avevo 12 anni, ero felice. Pensai: per arrivare devo faticare come lui».
L’isola di Maiorca. Lei è nato a Manacor, quarantamila anime, dove la passione per lo sport ha prodotto più di un campione.
«Vero. Nel mio pueblo hanno trovato i natali alcuni campioni dello sport spagnolo: la ginnasta Elena Gomez vincitrice dei mondiali 2003 e i calciatori Chico Muñoz e Albert Riera. Inoltre non posso non menzionare mio zio Miguel Angel Nadal, che per anni ha vestito la maglia del Barcellona e della Nazionale, mentre, fino a poco tempo fa, ha giocato nel Maiorca».
Il calcio rappresenta una passione per molti tennisti spagnoli, che si dividono in due clan: quello del Barça e quello del Real Madrid. A quale appartiene Nadal?
«A quello del Real, anche se quest’anno è stato poco galactico. Questa passione è divertente. In questa stagione, purtroppo, mi sono dovuto rassegnare all’ironia dei blaugrana Moya, Robredo, Costa e Martin».
Il 2005 sembra aver regalato al tennis un futuro pieno di certezze con l’esplosione della leva tennistica dell’86: Nadal, Gasquet e Monfils.
«Monfils è alla sua prima stagione nel circuito pro, deve fare esperienza. Gasquet è un giocatore più rodato, che ha dimostrato di avere i numeri per puntare in alto. La differenza fra i due è che Monfils è un giocatore molto fisico e potente, mentre Gasquet è un talento naturale, un giocatore molto tecnico».
Lei non gioca bene solo sul rosso. Sente di potere, un giorno, conquistare un titolo anche sul veloce?
«C’ero quasi riuscito a Miami, ma Federer me l’ha impedito. Battute a parte, è uno degli obiettivi a cui sto lavorando. Per essere davvero forte, devi essere completo: in questo momento penso di potermela cavare sia sulla terra battuta che sul veloce. Sull’erba, invece, ho un po’ più di difficoltà».
Quello che impressiona del suo gioco è la grinta.
«Mi sento come il torero nell’arena, che per sopravvivere deve matare il toro. Nel tennis è esattamente la stessa cosa: per vincere devi anticipare le mosse del tuo avversario, giocando ogni palla come se fosse quella decisiva».
Duello all’ultimo sangue?
«Potrebbe essere il giusto paragone: se vinco sopravvivo, se perdo sono fuori».
Nei momenti di pausa cosa le piace fare?
«Andare a pesca e, ogni tanto, giocare a golf».
Come ci si sente ad aver guadagnato oltre due milioni di dollari in soli sei mesi?
«Bene, ma io gioco per vincere. I soldi sono solo il riflesso delle vittorie».