A NAGASAKI 60 ANNI DOPO Nel cuore che pulsa della «terra consacrata»

Quella che il 9 agosto del ’45 diventò una specie di Pompei prodotta dall’uomo oggi è una città post-industriale brulicante di vita: un sogno di rinnovata speranza nei confronti della razza umana

Nagasaki

Nagasaki è un saliscendi frantumato sul mare: non me l’aspettavo così bella. Un promontorio di case ovviamente tutte nuove, anche se in certi quartieri già consunte dalla salsedine, adagiato sulla costa ovest del Kyush, la più meridionale delle maggiori isole giapponesi. Giro per le strade di Shian-bashi con un mazzo di vecchie cartoline della città rasa al suolo: ogni tanto mi fermo in un angolo per confrontare lo scarto fra quella specie di Pompei prodotta dall’uomo che ho fra le mani e il rigurgito di clamorosa modernità post-industriale schierata davanti ai miei occhi oggi, simile a un sogno di rinnovata speranza nei confronti dell’uomo.
La gente mi guarda come se fossi pazzo a camminare così, senza protezione, nel caldo terrificante. Ma questa temperatura quasi proibitiva io l’avevo messa nel conto, come il piccolissimo prezzo da pagare al tragico sessantenario. Quando giungo al limite, alzo il braccio e subito arriva il taxi. La portiera si apre automaticamente. Prendo posto nell’abitacolo trasformato in cella frigorifera dall’aria condizionata ed esclamo: «Hurakami». Non ho bisogno di aggiungere altro. L’autista dalla camicia immacolata e i guanti bianchi sa cosa voglio. Ho negli occhi la bomba. Il nome da me pronunciato designa il sobborgo industriale dove, a cinquecento metri dal suolo, esplose l’ordigno.
Nagasaki potrebbe essere una San Francisco orientale, serpeggiante nell’incredibile fiordo dello Zipagu, l’appellativo che Marco Polo diede al Giappone. Oppure Napoli e Genova, le belle scoscese. Mi getto dentro questa città quasi tropicale, umida, fangosa, stropicciata, tortuosa, dove la luce cade improvvisa alle otto di sera e l’oceano entra nei lunghi bracci rocciosi come un padrone austero e solenne, con la morte nel cuore: sapere che il 9 agosto 1945, alle 11 di mattina, tre giorni dopo la distruzione di Hiroshima, l’equipaggio del Bockscar, al comando del maggiore Chuck Sweeney, che avrebbe potuto fare da modello fotografico per la pubblicità di West Point, sganciò sulla splendida baia la prima bomba al plutonio, soprannominata «Fat Man», in allusione bonaria alla vistosa pinguedine di Winston Churchill, due volte e mezza più devastatrice rispetto a «Little boy», ancora oggi mette paura.
Se esseri della mia specie furono capaci di farlo, bastonando l’individuo in ginocchio che era diventato questo Paese, allora ne deduco che l’unica differenza fra l’uomo e l’animale è tutta a nostro svantaggio. Immediatamente dopo però dico a me stesso: ti stai sbagliando. Lo spirito del samurai non era affatto annientato come credi, anzi stava vivendo la sua ultima folle reincarnazione coi kamikaze lanciati a picco contro le portaerei. L’operazione «Olympic», nome in codice dell’invasione del Giappone, secondo le stime formulate da George Marshall, capo di Stato maggiore delle forze armate statunitensi, anche in base all’esperienza della recente violenta battaglia di Okinawa, sarebbe costata almeno 31mila morti americani nei primi giorni di combattimento. Alcuni storici addirittura ritengono che non bastò neppure il terribile sacrificio di Nagasaki a convincere i giapponesi, ma un altro fatto per loro, se possibile, ancora più devastante.
L’8 agosto, la sera che precedette la tragica esplosione, Josif Stalin aveva affidato al suo ministro degli esteri, Molotov, la dichiarazione di guerra da consegnare all’ambasciata nipponica di Mosca. Da mesi sessanta divisioni dell’Armata Rossa erano pronte a entrare in azione sui confini della Manciuria. L’Unione Sovietica aveva fatto il doppio gioco illudendo i diplomatici dagli occhi a mandorla di poter fungere da mediatrice nelle trattative con gli americani: in realtà i russi erano pronti a spartirsi il bottino, suscitando per questo i timori degli Alleati. Come se non bastasse, una terza bomba nucleare stava per essere caricata su un altro B29: stavolta la direzione era Tokyo, in modo che il fragore venisse inteso fino al Cremlino. Con tutto ciò, i vertici militari della nazione sotto scacco avrebbero voluto continuare a sparare i loro colpi di moschetto. Il generale Anami, pretendeva un’orgia di sangue: così gli imponeva la sua educazione e così avrebbe voluto morire. L’imperatore Hirohito, figlio degli dèi secondo il popolo, nel bunker dell’antica Edo, staccandosi gli occhialetti dal volto sudato, lo fissò pochi secondi: furono sufficienti per far accettare al soldato la resa incondizionata.
Nagasaki è la porta del Giappone. Nel 1560 vi sbarcò, presumibilmente affranto dalle angustie di un lunghissimo viaggio, il missionario gesuita San Francisco Xavier, al seguito di una nave lusitana andata fuori rotta pochi anni prima. Da allora la città portuale, che aveva sempre mantenuto proficui contatti commerciali con la vicina costa cinese, ospitò olandesi, russi, inglesi, italiani, polacchi, gettando un ponte col mondo esterno. I rapporti furono altalenanti: a volte buoni, altre volte no. Il cristianesimo prima venne accolto, poi ferocemente respinto. L’albergo dove alloggio, a ridosso della locale Chinatown, è anche vicinissimo all’isola di Dejima che fino al 1855 rappresentò l’unico punto di contatto fra il Giappone e l’Occidente. Ma anche dopo, gli stranieri che partivano dall’Europa molto spesso facevano base qui. Primo fra tutti, in un mio speciale registro interiore, padre Massimiliano Kolbe, che raggiunse la piccola enclave internazionale il 24 aprile 1930 con l’intenzione di piantare quaggiù le insegne dell’Immacolata.
Questo per dire che Nagasaki, nella sua storia secolare, con una comunità di circa 20mila cattolici, anche nella prospettiva americana, non avrebbe dovuto rappresentare il nemico assoluto. Infatti, nella lugubre lista delle città bersaglio, non figurava al primo posto. La prescelta era Kokura, 160 chilometri a nord est che venne scartata all’ultimo momento per la presenza di una fitta coltre di nubi sul suo cielo. C’era però un’altra ragione, scoperta soltanto dopo, a condannare Nagasaki, almeno secondo il macabro schema dell’occhio per occhio, dente per dente: nei suoi cantieri navali furono varate le più grandi corazzate della marina imperiale, come la Musashi; ma soprattutto, nella fabbrica d’armi della Mitsubishi, le cui acciaierie vennero centrate in pieno dalla bomba, erano stati prodotti i siluri senza scia usati nell’attacco proditorio a Pearl Harbor.
Appena arrivo davanti alla colonna squadrata che segna il punto esatto in cui avvenne la deflagrazione, la prima cosa che attira il mio sguardo sono due insetti accoppiati in volo. Innamorati e ronzanti, pervasi dalla passione. Senza saperlo essi replicano, a corta distanza, l’analoga reazione avuta dall’uomo che, nei pressi dell’ipocentro, forse non per caso ha costruito una serie di «Love hotel» con il medesimo spirito col quale avrebbe potuto mettere i fiori dentro i cannoni. Ciò che accadde in questi paraggi alle 11,02 minuti di sessant’anni fa assomiglia ai flagelli celesti descritti nell’Apocalisse.
Una luce dieci volte più forte di quella del sole. Una temperatura a terra capace di fondere il granito. Colori iridescenti fino ad allora mai visti dall’uomo. Colonne di fuoco alte come palazzi. Uomini e donne trasformati istantaneamente in bolle di gas. Vegetazione accortocciata in un raggio di sette chilometri. Il riso che diventa carbone. Le tegole divelte. Le mura sbriciolate. Passeggeri dei tram rimasti attaccati l’uno all’altro come adesivi. Bottiglie e tazze fuse dal calore. Ossa umane calcificate. Più alta era la distanza dall’ipocentro, maggiori le possibilità di sopravvivenza. Ma a quali condizioni! Il manichino in cera di una donna colpita dalle ustioni atomiche presente nel Museo di Urakami offre soltanto una pallida idea delle nefaste conseguenze prodotte dall’onda radioattiva. C’erano numerose scuole nella zona dell’ipocentro: ancora adesso si vedono tantissimi ragazzi che vanno e vengono. Le grida dei giochi furono soffocate in un lampo. Nei cortili capovolti restarono soltanto gli oggetti metallici indossati dagli studenti: bottoni, fibbie, orologi.
Prima di andare a Nagasaki, avevo visitato la mostra genovese dove sono esposte le impressionanti fotografie scattate poche ore dopo la tragica esplosione da Yosuke Yamahata che, come ricorda il figlio Shogo, si ammalò il 6 agosto 1965, il giorno del suo quarantasettesimo compleanno, morendo il 18 aprile dell’anno successivo. Avevo visto le terribili inquadrature entrate come tatuaggi indelebili nella percezione novecentesca: il fratellino sulla spalla, la donna che allatta il bambino, i corpi carbonizzati, la vecchia strisciante a terra alla ricerca della casa scomparsa, i neonati fra le macerie, il volto smarrito del piccolo Shinji diventato nel tempo una delle icone del secolo.
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Eppure nessuna di quelle straordinarie immagini mi ha dato la scossa interiore provata nelle vie di Urakami, girando a piedi dalla cattedrale cattolica, prima distrutta, poi interamente ricostruita nel 1959, dalla cui sommità un maestro di scuola mi ha mostrato la nuova Nagasaki come un’erba rinata nella cenere delle migliaia di morti, al piccolo museo dedicato al dottor Nagai Takashi, una figura che molto ricorda quella di Etty Hillesum, nella strenua volontà di assistere il prossimo anche se dovesse essere a fondo perduto; dal Parco della Pace, che durante la guerra ospitava il carcere locale, i cui occupanti morirono tutti sul colpo, e oggi comprende una serie di statue e cippi commemorativi fra i quali una scultura offerta dalla città di Pistoia, alla One-leggend Torii, porta d’ingresso di un santuario shintoista rimasta miracolosamente in piedi nel mezzo dell’inaudita catastrofe.
Cos’era dunque la sensazione che sentivo?
Ribrezzo di fronte alla piaga? Indignazione civile? Sommovimento concettuale? Niente di tutto questo. Percorrendo l’acciottolato verso i due grandi alberi di canfora poco distanti, tenuti in vita quali splendidi esempi di resistenza terrestre nei confronti del delirio di potenza che anima l’uomo, e poi ancora più in là, verso il cimitero internazionale dove sono sepolti gli stranieri che diedero lustro alla città in tempi anteriori al disastro nucleare, fra i quali spicca la tomba di Thomas Glover, celebre mercante scozzese, e quella di un italiano, commendator Zanoni Volpicelli, scomparso nel 1936, ho scoperto dentro di me la radice di un altro sentimento: quello della vergogna.
Penso che la bomba atomica sia un attentato contro la natura: trasformare la pasta di cui siamo fatti, stravolgere la nostra unità primaria attaccando i nuclei con milioni di particelle chiamate neutroni, è come accendere un fiammifero dentro una capanna di paglia con il rischio di incendiare tutto. Significa inoltrarsi in un terreno minato dove il più piccolo errore può rivelarsi fatale. Ed è esattamente quello che, dopo Hiroshima e Nagasaki, abbiamo continuato a fare. Non solo a Bikini, New Mexico, Nevada, Hanford, Ronnerburg, Semipalatinsk, Cernobyl, ma in chissà quanti altri posti che non si conoscono. Compresi quelli che neppure supponiamo e magari scaturiscono dalla nostra stessa voglia di benessere e felicità. «Non esiste in natura niente di simile alla bomba H», affermò Carl Gustav Jung nel 1957, quando le sperimentazioni su quest’altra temibilissima arma erano in pieno svolgimento. E precisò: «Siamo noi il pericolo: la psiche è il pericolo».
Seduto in una delle ville del Glover Garden, ne convengo. Su quest’altura, da cui domino Nagasaki, sono state ricostruite alcune abitazioni di stranieri che oggi si visitano alla maniera di un museo, come prodigi ortopedici dell’architettura contemporanea. Una serie di scale mobili salgono su fino in cima: dall’alto la vista del porto è magnifica. I bastimenti ancorati al largo assomigliano ai lego nella stanza dei bimbi. Il sole scende inesorabile dietro le case simile a un ingombrante pallone idrostatico dipinto dai pagliacci. Le luci del tramonto si moltiplicano nei fori dei templi come centinaia di sciabole scintillanti. Thomas Glover era un importatore d’armi. Nato in Scozia, fece fortuna in Estremo Oriente. Viene considerato il padre fondatore dell’industria giapponese moderna: a quest’uomo di stampo aristocratico, stimato e riverito da tutti, si deve fra l’altro la costruzione della prima linea ferroviaria e l’apertura dei cantieri navali che aprirono la strada a quelli della Mitsubishi. Se un folletto pettegolo rivelasse al vecchio affarista che «Fat Man», costruito da uomini che parlavano la sua lingua, distrusse quello che lui aveva contribuito a creare, forse il signor Glover si rivolterebbe nella tomba.
Le montagne all’orizzonte fanno capire perché la bomba trovò la loro opposizione: simili a titani schierati a difesa del pianeta, abituati da millenni ai peggiori cataclismi sismici, ressero con chissà quale sopportazione l’urto nucleare. Grazie alla silenziosa presenza dei contrafforti, migliaia di vite si salvarono. Centinaia di abitazioni non furono abbattute. E anche la «Mugenzai no Sono» di padre Massimiliano Kolbe rimase intatta, abbarbicata com’era sui fianchi della montagna nel quartiere di Hongochi. Ho avuto qualche difficoltà a trovarla ma alla fine ci sono riuscito, guidato da una fotografia che avevo visto in una biografia di Kolbe pubblicata da Francesco Saverio Pancheri nelle edizioni Messaggero di Padova. In quella vecchia immagine, risalente agli anni Trenta, si vedeva la piccola chiesa sulle pendici del monte Hikosan, come il granchio attaccato ai costoni di un molo. Oggi il paesaggio è quasi irriconoscibile: tutto intorno si è formato un folto agglomerato urbano di case costruite a picco sulla roccia. Salivo lentamente fino a raggiungere il luogo dove Kolbe, ucciso nel 1941 ad Auschwitz dopo aver ottenuto lo scambio della propria vita con quella di Francesco Gajowniczek, aveva deciso di fondare il giornale missionario Seibo no Kishi nel tentativo di riportare, dopo le furibonde persecuzioni del passato, il cristianesimo in Giappone.
Perché ero venuto fin qui? Credo soltanto per una ragione. Volevo vivere sulla mia pelle una frase di Gunther Anders che mi ero portato dietro dall’Italia quasi implicasse un’azione da realizzare sul posto. A un certo punto del suo diario da Hiroshima e Nagasaki egli si chiede il motivo per cui questi luoghi, come anche quelli dei campi di concentramento, si sono trasformati, nella nostra sensibilità, in «terreni consacrati». Perché l’estremo crimine dovrebbe rendere sacri gli uomini che l’hanno subito? La risposta di Anders è questa: «Forse il misfatto è così enorme da poter essere dominato solo con categorie religiose, per quanto negative, e cioè come evento satanico; e le vittime sono affette, per così dire, dalla qualità religiosa del delitto». Se fosse vero, prosegue Anders, non sarebbe importante l’esperienza singola di chi percepisce la qualità spirituale che emana da questi luoghi, bensì la universalità e la durata di tale esperienza. E così conclude: «Il nostro compito è di produrre l’una e l’altra».
Avevo l’illusione che la vicinanza del piccolo grande francescano polacco, nelle cui preghiere di conforto per i deportati che accompagnò a morire nei canili di Auschwitz sembrava esserci già il presagio di Nagasaki, mi aiutasse a realizzare tali auspici. Pochi giorni dopo, in un ristorante di Tokyo, lo Uozen (1, Yanaka, Taito-ku), Kazue Kubo, nata nel 1921, indomita e fiera nel kimono tradizionale, mentre mi serviva i suoi ricci di mare e le sue radici di loto, per rispondere a una mia specifica sollecitazione, si è fermata pensierosa a ricordare i tempi di guerra. Il velo di tristezza che le è passato sugli occhi di giada, ha frenato le domande e favorito il silenzio. Ma accanto a noi c’erano suo nipote, Hiroshi, che ancora non sa cosa farà da grande, due giovani studentesse, Marie Kokubo e Makiko Yagi, le quali forse diventeranno traduttrici, e Motoko Makino, una bravissima italianista. Lo sguardo attento e commosso da loro riservato alle parole dell’anziana testimone mi ha fatto capire che, se forse non è possibile chiedere ai protagonisti diretti, ancora feriti, la presa di distanza necessaria per mettere a frutto quanto accaduto, dobbiamo pretenderlo dalle nuove generazioni sulle quali grava quindi il peso maggiore.
La notte prima di cominciare il lungo viaggio di ritorno, mi sono affacciato dalla finestra del Washington Hotel: le luci di Nagasaki, annidate lassù fra i monti, facevano pensare ai fuochi fatui, di norma prodotti dall’eccesso di fosforo nel terreno dei cimiteri. Certo si trattava di una mia fantasia, anche se i cadaveri di sessant’anni fa, dissolti nella catastrofe, non poterono essere seppelliti: i loro resti s’impastarono col terriccio e gli altri detriti e rottami spianati dai bulldozer del dopoguerra. Sotto i parcheggi e i negozi della nuova città, resteranno sempre come un perenne monito da raccogliere e decifrare per tutti gli uomini di buona volontà che decideranno di farlo. Gracchiano le gazze, friniscono le cicale, mentre il cuore dei sopravvissuti, che siano tutti noi, batte forte a Nagasaki.
(2.Fine. Il precedente reportage
da Hiroshima è uscito il 5 agosto)