Napoleone, ci mancava solo la piramide di Marengo...

Carissimo Granzotto, non sarebbe mia intenzione versare sale sulle sue ferite ma le devo comunicare che presto nella mia Lisondria (Alessandria) sorgerà la piramide che Napoleone aveva in mente di elevare in memoria della vittoria di Marengo, progetto che, dopo la posa della prima pietra da parte del generale del Genio Chasseloup Lubat, non ebbe seguito. Due secoli dopo, grazie all’interessamento dell’amministrazione provinciale la piramide, su disegni originali dell’epoca, finalmente sorgerà nel cortile di Villa Delavo, sede del nuovo «Museo della battaglia di Marengo» che la invito a visitare.


No! Ancora lui, il Bonaparte! Però il museo lo verrò a visitare, giuro. Mi piacciono i luoghi delle battaglie, si sente forte il profumo della storia (ora non vorrei sembrare insistente: mi duole assai per i pacifisti, ma la storia è storia di guerre). Marengo, poi, è esemplare perché è lì che si consolida il mito italico di Napoleone. Per il solo fatto che (ri)cacciò gli austriaci lo portammo in trionfo come colui che ci aveva «liberato» (le nostre guerre «di liberazione» non si contano). E invece, al solito, come era prassi secolare, un minuto dopo averci liberato il liberatore indossava i panni del nuovo padrone. È curioso, ma fra le decine di liberatori transitati sul patrio suolo l’unico che contribuì (grandemente, vedi Solferino) a liberarci a titolo grazioso, senza pretendere poi di dettar legge o di farsi incoronare, fu l’altro Napoleone, il Terzo. E infatti è ritenuto, nel sentire comune, una mezza cartuccia, buono solo a farsi intortare dalla Castiglione. Marengo! Il 14 giugno del 1800 Napoleone, reduce dal riuscito colpo di Stato del brumaio, stava per buscarle. Con fare un po’ spocchioso e volendo dimostrare che a lui non lo faceva fesso nessuno, ritenne la sortita degli austriaci dalla roccaforte di Alessandria un diversivo. Così le cose per i francesi si misero subito male per finire malissimo. A quel punto, però, fu l’austriaco generale Michael von Melas a peccare di superbia: certo d’avere la vittoria in tasca (aveva addirittura mandato un dispaccio a Vienna per comunicare d’aver sgominato l’Armata d’Italia) abbassò la guardia. Consentendo alle divisioni del generale Louis Charles Antoine Desaix di irrompere - non su indicazione del Bonaparte, ma come vuole la leggenda guidato dal rombo dei cannoni - nelle file nemiche facendone polpette. E fummo liberati (liberi di incoronare Napoleone re d’Italia, beninteso).
Di Marengo un altro paio di cose ci restano in eredità. Una canzone, la «Maidelon» composta, seduta stante,al termine della battaglia dal generale Lassalle. Cantata fino a Waterloo da tutti i soldati napoleonici è ancor oggi molto popolare e chissà quanti di voi ne conoscono l’aria (vorrei fischiettarvela, ma sui giornali, almeno per ora, si scrive, non si fischia). Maidelon era un’ostessa molto generosa. Quando un caporale le disse d’amarla e di volerla per sé, Maidelon rispose: e perché mai mi dovrei accontentare d’un graduato quando ho tutto il reggimento? L’altra eredità è il pollo alla Marengo. Napoleone era ghiotto di polli e cessato che ebbero i cannoni di tuonare il suo cuoco gliene ne cucinò uno (sgraffignato in qualche cascina del luogo) farcito con gamberi di fiume (allora abbondantissimi nella Bormida), pane raffermo (un classico degli eserciti in marcia) e aglio, che quello non guasta mai. Inutile che le stia a dire, caro Beltrami, che il napoleonico intruglio non è tra i miei piatti preferiti.