Napoletani «lazzaroni», un incrollabile pregiudizio

Caro Granzotto, l’autorevole (serve dirlo?) Newsweek ha riconosciuto che Silvio Berlusconi ha fatto miracoli. Fra le altre cose rilevando come in qualche settimana è riuscito a risolvere il problema della monnezza a Napoli che la sinistra di governo, di Regione e di Comune non aveva trovato modo di smaltire in tanti anni. Da napoletano quale sono mi piacerebbe però che si ammettesse anche di aver sbagliato nell’attribuire ai napoletani la colpa di quello scandalo. Non noi, ma chi ci governava ci ha sommerso di monnezza e qualcuno deve chiederci scusa per averci una volta di più accusati di inciviltà, di essere i soliti cialtroni anzi, lazzaroni. Mi sembra che ce lo debbano, non trova?


Eccome, caro Greco, ma non ci conti. La figura del napoletano «lazzarone» si è ormai incistata nella coscienza collettiva attestandosi come uno dei più incrollabili pregiudizi. Grazie, naturalmente, a quella martellante opera di disinformazione che gli intellettuali giacobini da una parte e risorgimentisti dall’altra (per non parlare, poi, della massoneria) rivolsero contro il Regno delle Due Sicilie. Non starò a ricordare a lei, caro Greco, i primati che vantava il Regno prima che arrivassero i piemontesi. Ma forse a qualche lettore interesserà sapere che in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa. Che la Marina mercantile era la seconda in Europa. Che la Campania era la regione più industrializzata d’Europa e vantava il modernissimo Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari. Per non parlare dei cantieri navali, sommersi di ordinazioni e dai quali uscirono la nave a vapore che per prima al mondo prese il mare e la prima a propulsione a elica. Dal Real Stabilimento siderurgico di Mongiana uscì invece il materiale per la realizzazione dei due primi ponti in ferro ad impalcato sospeso, il «Ferdinandeo», sul Garigliano e il «Cristino», sul Calore. Si potrebbe continuare, ma credo basti per smentire la vulgata risorgimentale che vuole il Regno delle Due Sicilie arretrato, sottosviluppato, incivile, pieno di morti di fame e che dunque andava conquistato per poterlo poi ben ben redimere.
Dopo il 1861 e cioè una volta incamerato il lautissimo bottino, la controinformazione volle completare l’opera prendendo di mira i meridionali definendoli, oltre che briganti, anche lavativi, sfaticati, lazzaroni se non canaglie. Oppure macchiette, ridicoli pulcinella. Antonio Pagano, che ne è il prefatore, mi inviò tempo fa una plaquette di Arturo De Cillis dal titolo: Quando i Borbone ordinavano: facite ammuina!. «Facite ammuina», ovvero fate finta di lavorare, di darvi da fare, è forse il più noto degli stereotipi fatti circolare per denigrare il napoletano. Un falso, naturalmente, come con facilità dimostra De Cillis. Primo perché l’ordine è scritto in napoletano mentre fin dal tempo di Carlo III leggi e regolamenti del Regno erano pubblicati in italiano. Secondo perché non esisteva una «Marina militare del Regno», come si legge nell’intestazione dell’ordine, ma, un’«Armata di mare». Terzo perché il firmatario dell’ordine, Maresciallo in capo Mario Giuseppe Bigiarelli, non è mai esistito: non ve n’è traccia nei pur dettagliati elenchi di ufficiali e sottufficiali che prestarono servizio nell’Armata di mare. Pare sia stato Beaumarchais a uscirsene col celebre: «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà». Sarebbe soddisfatto nel constatare che delle calunnie antinapoletane altro che qualcosa: è rimasto tutto.