Napoli, 250 roghi al giorno per togliere i rifiuti dalle strade

nostro inviato a Napoli
Una mattinata a Pompei, due ore a Ercolano. Ma per fotografare ’o monumento bastano dieci minuti e cinque euro supplementari per la guida. Ecco la statua, è proprio dietro l’angolo, subito dopo il bar con vista sulla costa vesuviana dove i pullman turistici si fermano prima di rientrare a Napoli. Tre metri per sei, una piramide sconnessa di sacchetti di plastica, pezzi di metallo e casse di legno marcio, un gigantesco rancido, nauseante, puzzolente babà di munnezza, farcito qua e là di frigoriferi e materassi. Uno scatto, un sorriso e una Coca-Cola: dopo un bagno nella storia e un tuffo nella cronaca, i giapponesi tornano in albergo soddisfatti.
La spazzatura-architettura: è questa l’ultima attrattiva del Golfo, questo il nuovo record della città vetrina del Mediterraneo? Raccontatelo ai ragazzi del liceo Mazzini, al Vomero, che sono in sciopero perché l’immondizia arriva fino al primo piano della scuola. O a Livia Turco, impegnata nell’inaugurazione di un ospedale a San Giorgio a Cremano e bloccata invece dalla gente infuriata. Oppure ai vigili del fuoco, costretti a 250 interventi al giorno per i roghi ai cassonetti. Oppure a quella gente di Ponticelli che da due giorni tenta l’assalto alla discarica temporanea di Ponticelli e si scazzotta con le forze dell’ordine.
E raccontatelo a Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile che da poche ore è anche commCissario straordinario anti-rifiuti. «Sarò determinatissimo - promette - perché la situazione è davvero imbarazzante, soprattutto nella zona vesuviana. È sufficiente andare nei siti archeologici di Pompei ed Ercolano per rendersene conto». Trentacinquemila tonnellate da smaltire e che nessuno vuole, una catena di ripicche di scaricabarile tra sindaci, Regione e amministrazioni varie che da decenni nessuno riesce a spezzare. «Le cose devono cambiare, interessi locali, egoismi e speculazioni politiche devono finire - dice il capo delle Protezione civile -. Io detesto vedere i turisti scendere dalla navi e fare foto alla spazzatura e non ai monumenti veri».
Sulle sue spalle poggiano le speranze di uscire da questa storia fetentissima. Armato di un decreto legge, di vasti poteri e di ottime intenzioni, Bertolaso è considerato l’unico in grado di far ripartire la macchina dello smaltimento. «Dopo di lui, ci restano solo i caschi blu dell’Onu», dice Tommaso Sodano, Prc, presidente della commissione Ambiente del Senato. Bertolaso, con un po’ di tempo, conta di farcela. Con le buone, «andando a parlare con i cittadini che abitano vicino alle discariche, per convincerli di accettare qualche sacrificio temporaneo». O con le cattive: «Spero di non essere costretto a ricorrere alla struttura nazionale della Protezione civile», e cioè anche le forze armate.
Ma il suo programma, superare l’emergenza in 7-10 giorni e presentare un piano definitivo entro l’anno, trova ostacoli impensati. Delle tre discariche da riattivare, una, quella di Ariano Irpino, l’hanno già richiusa i giudici, accogliendo le proteste dei sindaci della zona. E sulla seconda, a Nola, dovrà pronunciarsi la Procura. Problemi anche di altro tipo: «Come Protezione civile siamo andati ovunque ci chiamassero. Ora ci serve una mano, ma Lazio, Calabria e Puglia non hanno ancora dato la loro disponibilità. E anche qui, vedo troppi particolarismi. Se con dialogo e buon senso non riusciremo a collaborare, i rifiuti ci sommergeranno».
Intanto le proteste continuano in tutta la Campania. A Torre del Greco corteo di studenti davanti al Comune: «Siamo invasi da topi e insetti, la situazione è intollerabile». A Ercolano roghi nel centralissimo corso Italia. A San Giorgio a Cremano cumuli di sacchetti grigi anche davanti all’ospedale Dentale. E a Napoli il Telefono blu chiede al Comune di rimborsare la tarsu, «una tassa ormai fuorilegge».
Animi surriscaldati pure a Ponticelli, dove da 48 ore è stato riaperto il depuratore, destinato a sito di stoccaggio temporaneo. Solo venti giorni, questa la promessa del commissario, ma la gente non si fida. Ti aspetti di vedere un mostro, una Chernobyl campana, invece ti imbatti in una specie di clinica svizzera, con tanto di alberi e un giardino ben curato che circonda le vasche dove i camion cominciano a travasare la spazzatura che nelle prossime ore verrà bonificata con gli enzimi. Niente puzza, nemmeno una cartaccia. Quasi un parco, rispetto a quello che c’è fuori. Per arrivare al depuratore bisogna costeggiare cumuli di lamiere e di copertoni degli sfasciacarrozze, baracche, discariche abusive e le montagnole di rifiuti che appestano ancora i quartieri di Barra, Poggioreale, Gianturco. Ma qui di sera i camion carichi di spazzatura devono arrivare scortati.