Napoli, famiglia di 20 falsi invalidi

Anche questo è il sommerso d’Italia. Una florida azienda a conduzione familiare che macina profitti senza produrre un solo bottone: semplicemente, fabbricando invalidi. Venti disgraziati, tutti quanti a carico dello Stato. In un eroico sforzo di precisione cronistica, così gli investigatori ricostruiscono l’organico della premiata ditta: marito e moglie, i loro tre figli, le due nuore e il genero, le due zie del capofamiglia, la madre dello stesso, i due consuoceri, quattro cugini, le due cognate del figlio, la cognata della figlia. Un labirinto di parentele, naturali e acquisite. Ma soprattutto un concentrato domestico di sventure in serie, senza pari e senza precedenti, nonostante il made in Italy del settore abbia dato in passato grandi prove di inventiva e di vitalità.
Titolare e cervello, amministratore unico come usava una volta nella piccola impresa, il capofamiglia: un cinquantacinquenne di Arzano. Gli altri, tutti impiegati nell’attività di casa. Tutti afflitti da invalidità del cento per cento, ma quello che più conta (e stordisce) tutti titolari di un sussidio statale - tra pensione e indennità d’accompagnamento - intorno ai seicento euro mensili pro-capite. Fatturato in crescita, mai un bilancio in rosso.
Siamo sotto il Vesuvio, inimitabile crogiolo di intelligenze fini e di astuzie malandrine. Qui, per cinque anni a partire dal Duemila, la famiglia più sventurata d’Italia ha mandato avanti la sua singolare ragione sociale, allargandola di stagione in stagione, di parentela in parentela. Ma sempre qui, sotto lo stesso cielo e alla stessa latitudine, le forze dell’ordine si sono mosse assieme all’Inps e hanno calato la saracinesca sull’azienda, con scadenza immediata. Risulta che il capofamiglia abbia ottenuto la pensione, con 100 milioni in lire di arretrati (240 per la moglie), falsificando certificati. Poi, complice il solito impiegato molto comprensivo della Commissione medica, avanti col resto del parentado. A tradire il titolare e i suoi valenti collaboratori il solito vizio di tanti artisti del malaffare: la cupidigia, la mancanza di un qualunque senso del limite.
La famiglia Adams di Arzano fa parte di oltre ottanta casi smascherati dalla Procura e dalla Squadra mobile napoletane, per un totale di 102 persone indagate e 318 reati contestati. Facendo due conti, il bottino ai danni della collettività è di sette miliardi e mezzo in lire. L’Inps rende noto che proverà a farseli restituire. Forse, in un’altra vita e in un’altra dimensione.
I volti, i ruoli, le tecniche: sempre tutto uguale, sempre la stessa pena, sempre lo stesso castello di carte fasulle. Si legge nell’inchiesta: «Decreti prefettizi falsi, verbali di visite mediche falsi, sentenze del giudice civile false, perizie mediche ideologicamente false». Sarebbe uno spaccato d’Italia scandaloso, se non fosse che purtroppo non scandalizza più, perché fa saldamente parte della nostra tradizione sociale e del nostro costume nazionale. Nuovamente riaffiora il campionario spudorato e mirabolante delle grandi truffe ai danni del solito noto, quello Stato sempre scambiato per una vacca da mungere con veemenza, senza scrupoli e senza ritegno.
Viaggiando ancora una volta nel grottesco di questa tipologia italiana sfrontata e impunita, purtroppo intramontabile e invincibile, la tentazione è di rievocare un certo filone letterario e teatrale sulla Napoli che s’arrangia, sorridendo amabilmente come davanti ai maldestri imbrogli dei Totò e dei Peppini. Ma è una tentazione che sarebbe il caso, una volta per tutte, d’evitare. Non c’è più niente da ridere, davanti alla cronica incapacità di maturare un senso dello Stato. In troppe case d’Italia, e non solo ad Arzano, sopravvive l’idea di uno Stato che fa senso.
Basta guardarlo, com’è ridotto lo Stato in queste tragicomiche vicende di handicap-patacca. Come in tutta la copiosa casistica del settore, anche l’inchiesta di Napoli documenta con fotografie il capofamiglia Adams mentre guida, nonostante la sua acclarata incapacità a deambulare, nonché la signora mentre fa la spesa al supermercato, nonostante la sua documentata cecità.
Inevitabile: la risata sorge spontanea. Ma c’è un antidoto per arrestare sul nascere il moto di ilarità, questo simpatico germe che lentamente ci ha affievolito il sano istinto dell’indignazione. Basta pensare a quanti sono invalidi davvero, e magari faticano ad ottenere una pensione. O subiscono umiliazioni, sottoforma di controlli irriguardosi e invasivi, per ottenerla. O non la ottengono proprio. Chiedere a loro, se fa poi così ridere.