Napoli, la fine dei Casalesi Sedici ergastoli per i boss

I giudici d’appello confermano tutte le pene a vita per i capi dei clan protagonisti del libro di Saviano

nostro inviato a Napoli
Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Il duello tra Stato e Antistato si consuma alle 12.30 in punto allorché, nell’aula bunker del carcere napoletano di Poggioreale, i giudici della corte d’assise d’appello colpiscono al cuore il clan dei casalesi confermando gli ergastoli di primo grado inflitti ai leader e ai killer dell’organizzazione camorristica capeggiata da Francesco «Sandokan» Schiavone e da «Cicciotto ’e mezzanotte», alias Francesco Bidognetti. Trenta condanne complessive. Un bis devastante per i clan casertani che oggi si ritrovano senza linee guida, braccati dalle forze dell’ordine, tartassati dalle condanne, nel mirino dei pentiti e coi Padrini storici per sempre al fresco.
Tre giorni di camera di consiglio per una sentenza attesa che a detta di alcuni imputati era da considerarsi addirittura «già scritta» sull’onda mediatica di Gomorra. Esulta lo Stato. Esultano i politici. Esultano le forze dell’ordine e i magistrati che parlano di «dura risposta» allo strapotere dei clan. Esulta lo scrittore Roberto Saviano, l’autore del best seller, che tra i flash e i taccuini dei cronisti arrivati da mezzo mondo, fa passerella in aula per godersi lo spettacolo.
Sedici ergastoli erano, sedici ergastoli sono stati confermati in una sorta di maxi-processo che agli addetti ai lavori ha ricordato quello a Cosa Nostra voluto da Giovanni Falcone. Con «Sandokan» Schiavone, accompagnati dalla dicitura burocratica «fine pena mai», invecchieranno dietro le sbarre il cugino omonimo detto «Cicciariello», il fratello Walter, Antonio Iovine, vari componenti della famiglia Zagaria e numerosi altri soldati di terza e quarta fascia che alla luce di verdetti pesanti potrebbero anche rivedere la consegna al silenzio imposta dai vecchi capi ormai impossibilitati a comandare per le restrizioni del 41 bis.
Ci sono voluti quindici anni per chiudere la pratica «casalesi» e far passare alla storia cinque anni di indagini (dal ’93 al ’98) e dieci di processo, denominato «Spartacus». Quindici anni nel corso dei quali molti imputati sono finiti all’altro mondo al contrario di altri, prosciolti. Quindici anni necessari a fare luce su diciotto omicidi rivelati da un pugno di pentiti che a tavolino si son messi a riscrivere la storia dell’exploit di quattro famiglie dell’agroaversano ostili ad Antonio Bardellino, l’unico napoletano capace di fare affari con la mafia siciliana di Bontade. Prima uno e poi l’altro, i collaboratori hanno fatto terra bruciata agli ex «emergenti» spifferando gerarchie, alleanze, i nomi dei sicari, le connivenze nelle istituzioni, i business nei rifiuti e negli appalti, gli investimenti in giro per il mondo, l’avanzare del matriarcato nella gestione dei clan decimati dagli arresti, la destinazione dei soldi sporchi. «Se una battaglia è stata vinta, la guerra è ancora lontana dal concludersi» ricordava ieri Saviano, ubriaco di felicità. All’appello, infatti, mancano ancora i boss Antonio Iovine e Michele Zagaria. Sono in cima alla lista dei trenta latitanti più pericolosi. Sono loro gli eredi di un impero criminale che vale 30 miliardi di euro.