Napoli con i rifiuti alla gola e gli spazzini stanno a guardare

Il capoluogo campano è ancora sommerso dall’immondizia ma gli "operatori ecologici" non trovano di meglio che scioperare

A fare il tifo per l'immondizia napoletana ora è mezza Italia una e indivisibile, della quale stiamo festeggiando, da par nostro, i centocinquant'anni dal primo vagito. A pagarne le spese non è solo Napoli, ma l'immagine del Paese alla quale a parole teniamo tanto. La notte scorsa, infatti, i 350 addetti al servizio di rimozione dei servizi urbani, una volta spazzini oggi operatori ecologici, hanno di punto in bianco incrociato le braccia, non rimuovendo qualcosa come 800 tonnellate di rifiuti che sono andati ad aggiungersi a quelli già in strada. La ragione dello sciopero ordinariamente «selvaggio» è il mancato pagamento dello stipendio di novembre, che avrebbe dovuto essere versato in concomitanza con la tredicesima.

Una giusta causa se non fossimo a ridosso delle festività di Natale e Capodanno, ad alto tasso di produzione di rifiuti, e se quello della raccolta dei medesimi non fosse un «servizio pubblico essenziale», la cui astensione è regolamentata da una legge che ne stabilisce le modalità e i tempi. In pratica, un preavviso non inferiore ai 10 giorni e l'obbligo di comunicare per iscritto la durata e le motivazioni dello sciopero. Procedura che gli «operatori ecologici» si son ben guardati di osservare. Ma tanto si sa, nella patria dei diritti i doveri restano un optional.

Per capire come si possa essere giunti a tanto, alla benzina dello sciopero gettata sul fuoco di un'annosa «emergenza» - lo scriviamo fra virgolette perché ciò che doveva emergere è emerso da qualche anno, un tempo più che bastevole per il ritorno alla normalità. Ma non sotto il Vesuvio, evidentemente - bisogna sapere che Napoli don dispone di un suo servizio di nettezza urbana. La città che ci si diceva la più felice e meglio amministrata del mondo, prima da Bassolino e ora da Iervolino, sindaci progressisti e per definizione geneticamente efficienti, dinamici e intraprendenti, non è capace di approntare e, sopra tutto, gestire la raccolta dei rifiuti. Che al momento ha dato in appalto all'Azienda Ambientale per l'Igiene Sociale (Asia) la quale aveva subappaltato, fino al novembre scorso, alla veneta Enerambiente per poi preferire e liguri Lavajet e Docks Lanterna. A pagare - o a dover pagare - lo stipendio di novembre ai 350 netturbini scioperanti era dunque l'Enerambiente, al tempo retribuita dall'Asia alla quale il Comune di Napoli corrisponde l'importo pattuito per la raccolta della «munnezza». Asia si è subito dichiarata estranea al pasticcio, assicurando di aver sempre versato il dovuto - e dunque anche il necessario per retribuire i dipendenti - a Enerambiente. Enerambiente tace, filandosela alla veneta e il pasticcio resta, senza che ovviamente possa essere risolto con la sperimentata pratica dello scaricabarile.

Quello che è lecito chiedersi è come mai il Comune abbia consentito che si giungesse allo sciopero. E come mai Napoli - la Napoli acculturata degli intellettuali che la piangono e la vezzeggiano, la Napoli della buona borghesia del Circolo Nautico, del palco al San Carlo e delle sfogliatelle frollose di Caflish - ancora una volta taccia, lasciando che a rappresentarla siano i netturbini in sciopero, le montagne di spazzatura, le turbe vocianti che bloccano i trasferimenti del loro pattume nelle discariche o nei bruciatori, la teppa che manda a fuoco sacchi e cassonetti: sia la piazza, insomma, becera e sguaiata che vive e si muove all'insegna del tanto peggio tanto meglio. Non è impressione, ma certezza ormai che la Napoli politica e quella della «società civile» agiscano in combutta per degradare ai livelli dei quinto o sesto mondo la città.

È certezza che nella «emergenza» ci sguazzino chi per isteria antiberlusconiana («Visto? Non ha mantenuto la promessa di liberarci dai sacchi della spazzatura!»), chi nella fierezza di una napoletanità che non si piega a nulla, di una guapperia che irride i Bertolaso, i simboli o i rappresentanti di un potere estraneo alla «cultura» partenopea. E per meglio irriderlo gridano: «Forza munnezza», ovvero «Abbasso Napoli».