Napoli, morta per difendere l’auto. In manette clandestino bosniaco

L’uomo, un rom di 33 anni, è stato riconosciuto dalla figlia della donna travolta durante una rapina quattro giorni fa

da Napoli

«È lui, è l’assassino della mia mamma». Lisa Odierno, non ha avuto dubbi: l’uomo oltre il vetro della caserma, un rom di origine bosniaca, era il rapinatore che, due giorni prima, aveva ucciso sua madre, Piera Calanna, 52 anni, massacrata per avere difeso l’auto di famiglia. Dopo il drammatico riconoscimento, Lisa, capelli lunghi, ricci e biondi, è esplosa in un pianto a dirotto. «Sono tre giorni che penso sempre alla stessa cosa e rivedo la scena di mia madre, investita volontariamente dall’auto, guidata da quel criminale».
Tragico scenario di questa barbarie, Licola, località del Giuglianese (Napoli) dove comandano la delinquenza nomade, africana e napoletana. Piera, casalinga, mercoledì mattina, era uscita dalla villetta per portare il pc alla figlia, che lo aveva dimenticato. Ma nella Fiat Punto, nel frattempo lasciata aperta da Lisa e con le chiavi inserite nel blocchetto d’accensione, si era infilato un malvivente che aveva tentato di investire la ragazza. Il delinquente poi aveva innestato la retromarcia e, senza pietà, aveva schiacciato Piera. Un chilometro più avanti, un’ora dopo, gli investigatori avevano ritrovato la Punto abbandonata dall’assassino e dal suo complice. Un ottimo punto di partenza per le indagini: sulle due portiere e nell’abitacolo c’erano le impronte dei due criminali, poi rilevate dalla Scientifica e comparate con quelle del bosniaco.
Il presunto assassino è Franko Hadzovic, 33 anni, clandestino, fuggito subito dopo l’omicidio di Piera dalla baracca del campo nomadi di Giugliano per cercare rifugio forse al centro Italia. Gli investigatori lo hanno bloccato nelle campagne di Castel Volturno (Caserta), mentre stava dirigendosi verso il basso Lazio. Hadzovic era in un camper, viaggiava a fari spenti, in compagnia di una parente. Gli agenti di polizia giudiziaria lo stavano seguendo da ore: quando sono entrati in azione, il bosniaco non ha avuto la possibilità di reagire. Indossava ancora la stessa maglietta che aveva la mattina di mercoledì, durante la tragica rapina di Licola. Hadzovic ha un curriculum criminale lungo: sei volte è finito in galera in 13 anni di permanenza in Italia ma, probabilmente, molte di più sono le volte in cui è riuscito a sfuggire alle manette. Furto, tentato furto, ricettazione, inosservanza all’obbligo di espulsione, adesso il malvivente bosniaco è accusato anche di omicidio volontario, rapina e inosservanza del decreto di espulsione dall’Italia. Hadzovic, poco dopo il suo arrivo nel campo di Giugliano, ha messo su famiglia: senza avere una casa dignitosa, un lavoro, con il vizio della droga, ha avuto sette figlie. L’ultima è nata appena 15 giorni fa.
Davanti alla caserma di Giugliano la moglie, con la neonata tra le braccia, aspetta che Hadzovic esca per vederlo l’ultima volta prima che venga trasferito in carcere con un blindato della polizia penitenziaria. È l’unica a difenderlo. «Quando quella donna è stata uccisa, lui era con me. Non ha fatto niente, è innocente».
Piera Calanna fino a 5 anni fa aveva lavorato nel giornale di cui è editore il marito, Vittorio Odierno, e dove lavorano i figli, Lisa e Beniamino: Notiziario news dei comuni flegrei. Ieri sera, nella redazione del quotidiano, la famiglia Odierno ha incontrato i giornalisti e anticipato la prima pagina del giornale, oggi in edicola. «E ora, buttiamo la chiave». Esplicito il significato della titolazione. «Noi non perdoniamo, non è stata una disgrazia. Temiamo, però, che lo sforzo investigativo venga vanificato dalla applicazione della giustizia», dice Vittorio, provato dall’emozione. Lisa: «Non è stata una disgrazia. Mia madre era dietro la macchina, io di lato, abbiamo dato i pugni contro i vetri più per sfogarci che per contrastare il furto. Ho visto l’uomo al volante girarsi più di una volta dietro, non poteva non aver visto mia madre che era dietro la macchina e continuava a colpire il vetro con i pugni. No, non è stata una disgrazia».